Fmi, i Paesi emergenti si ribellano: «Più poteri o non diamo un cent»

nostro inviato a Washington

La recessione globale ridurrà in estrema povertà decine di milioni di persone - da 55 a 90 milioni in più dell'anno scorso, secondo le stime della Banca mondiale - e il numero delle persone senza cibo sufficiente e malnutrite potrebbe superare il miliardo. La settimana di incontri primaverili al Fondo monetario internazionale si conclude con l'esame, tutt'altro che confortante, delle conseguenze della crisi sui più poveri che rende necessarie «possibili risorse addizionali» oltre ai 100 miliardi già stanziati per i prossimi tre anni. «Milioni di persone stanno perdendo il lavoro quest'anno, ed è necessario trovare fondi immediati per la sicurezza sociale», spiega il capo economista della Banca mondiale, Justin Yifu Lin. La crisi economica internazionale che ha afflitto in questi ultimi mesi le economie più avanzate, sta prendendo ora una nuova direzione, con «un impatto grave sui Paesi in via di sviluppo», conferma il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, nel suo intervento al Comitato per lo sviluppo. Sono molti, spiega Draghi, i meccanismi di trasmissione che hanno provocato in questo ultimo semestre l'aggravarsi della situazione per i Paesi in via di sviluppo che «sembrano mostrare un'inversione di tendenza» rispetto ai progressi degli ultimi anni.
È in questo quadro che procede, con difficoltà, il processo di rafforzamento della capacità finanziaria del Fmi. Alla luce delle decisioni prese al summit londinese del G20, il Fmi dovrà triplicare a 750 miliardi le risorse a disposizione per soccorrere i Paesi investiti dalla crisi. Finora al Fondo sono giunti impegni per 324,5 miliardi di dollari da Paesi del G20. Ma la discussione degli ultimi giorni ha messo in evidenza una spaccatura fra i Paesi avanzati del G7 e le grandi economie emergenti. I cosiddetti «Bric» (Brasile, Russia, India, Cina) non intendono fornire nuove risorse al Fondo monetario senza l'assicurazione che le loro quote nel capitale del Fmi vengano aumentate, in modo da riflettere i nuovi rapporti di forza nell'economia globale. Il ministro delle Finanze del Brasile, Guido Mantega, ha chiarito che le grandi economie emergenti non faranno prestiti secondo il modello tradizionale dei Nab (New arrangements to borrow), che viene usato dai Paesi industriali. Il Giappone ha già firmato un contributo da 100 miliardi di dollari, l'Unione europea sta negoziando i dettagli per altri 100 miliardi di dollari (circa 75 miliardi di euro), mentre Barack Obama ha chiesto al Congresso di approvare un contributo Usa da altri 100 miliardi di dollari. Il sistema di prestiti al Fmi, ha sostenuto Mantega, non tiene conto della nuova influenza dei Paesi emergenti. Così il Brasile e la Cina insistono per l'emissione di bond da parte del Fmi, a un tasso superiore a quello dei titoli di Stato americani. Richiesta che registra un'apertura importante da parte del segretario generale del Fmi, Dominique Strauss-Kahn. «Acquistare obbligazioni fornirebbe fondi in modo più rapido e, allo stesso tempo, consentirebbe di ottenere maggiore potere nel più ampio processo di riforma del Fmi», spiega ancora Mantega. All'inizio di aprile il primo ministro inglese Gordon Brown ha riferito che la Cina si sarebbe detta disponibile all'acquisto di bond emessi dal Fmi per 40 miliardi. L'India, secondo quanto riporta il Wall Street Journal, vorrebbe acquistare obbligazioni per 10 miliardi.
Il Fondo ha intanto aggiornato i dati sugli stimoli di bilancio adottati nei Paesi del G20 per combattere la crisi. In Italia le sole misure di stimolo fiscale - aumento di spese o riduzione di tasse - valgono lo 0,3% del Pil nel biennio 2009-2010 (a queste vanno aggiunti i Tremonti bond, che valgono lo 0,9% del pil). Le misure espansive si sono rivelate più ampie del previsto, provocando un deficit medio del 5,5% del Pil nel 2009 e il 5,4% nel 2010 nei venti Paesi. Situazioni da cui, prima o poi, sarà necessario uscire una volta terminata la crisi.