Con il Fmi senza guida l’euro diventa a rischio

L’imprevista carcerazione di Dominique Strauss-Khan direttore generale del Fondo monetario internazionale (Fmi) può favorire Sarkozy nella rielezione a presidente della repubblica francese, ma genera problemi per l’Unione europea e fa riemergere i rischi di crisi debitoria a catena, che sembravano sotto controllo. Lui aveva una adottato una politica di sostegno del Fmi all’Unione europea, per i debiti dei cosi detti Pigs, cioè Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia. Si era sostenuto che se la crisi che ha finora interessato Irlanda, Grecia e Portogallo arrivasse alla Spagna, poi potrebbe essere la volta di Belgio e Italia. Ora la sedia vuota al Fondo monetario si verifica in un momento delicato per la Grecia, che fa fatica ad attuare il suo piano di risanamento e chiede un nuovo prestito, mentre l’aiuto finanziario per il Portogallo non è ancora perfezionato. Questi interventi sono stati sin qui effettuati in collaborazione fra Fondo europeo di stabilizzazione finanziaria a cui l’Italia contribuisce con il 17% e Fondo monetario con una proporzione di due terzi per l’Europa e di un terzo per Fmi. Non si sa chi sostituirà Strauss-Khan al vertice del Fondo ma è estremamente improbabile che sia ancora un francese o, comunque, un europeo con la sua impostazione. E quindi dovremo contare meno sull’apporto del Fmi. Del resto nel periodo di vuoto al suo vertice, il Fmi non appare in grado di prendere chiari impegni futuri. Strauss-Kahn, come candidato di sinistra alle presidenziali in Francia, era interessato a ben figurare dal punto di vista della politica di grandeur europea che piace ai francesi quando è guidata da loro ma pagata da tutti. E aveva garantito la disponibilità del Fmi a un nuovo aiuto alla Grecia, guidata da un leader socialista. Aveva anche dichiarato che il piano di risanamento greco con 50 miliardi di privatizzazioni è soddisfacente. Ma altri sostengono che la Grecia dovrebbe fare di più, nel rigore fiscale e nelle privatizzazioni, anziché sperare in altri prestiti. E vi è chi, come lo scrivente, ritiene che le banche creditrici che hanno comprato i titoli greci guadagnando un interesse differenziale molto elevato, perché rischiosi, dovrebbero fare la loro parte di sacrificio, se con l'apporto del Fondo europeo di stabilizzazione, cioè coi nostri quattrini, tali titoli diventano più sicuri.
Questi nodi vanno sciolti presto, per evitare che il tasso sui debiti greci, che ha superato il 10% salga ancora. E che il timore di una insolvenza greca o della fuoriuscita di Atene dall’eurozona contagi anche altri stati dell’euro. La linea che il Fmi terrà dipende da chi sarà il successore di Strauss-Khan. Sino al 2010 le decisioni su chi dovesse comandare nel Fmi erano state prese dai sei maggiori azionisti: Usa, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia. Ma da quest’anno sono aumentate le quote in Fmi dei Brics - Brasile, Russia, India e Cina - che non hanno un reddito pro capite paragonabile al nostro, ma hanno un prodotto globale altrettanto importante data la loro popolazione. Essi non sono più stati finanziariamente poveri. Hanno cospicue riserve valutarie, soprattutto in dollari e il loro aumento di quote del Fmi è stato disposto per accrescere la sua dotazione finanziaria. Il Fmi, dovendo aiutare molti stati, si trovava a corto di mezzi. I Brics non gradiscono che questi vadano in così larga misura all’Unione Europea , preferirebbero che servissero l’Asia, l’America Latina e l’Africa, dove hanno maggiori interessi. Gli Usa, che si erano rassegnato ad avere un francese al Fondo monetario, non essendo più il dollaro nella posizione di forza di una volta ora non sono disposti a inimicarsi i Brics, di cui hanno bisogno, dovendo piazzare sul mercato una massa di debito pubblico mai vista, il 10 per cento del loro Pil. E benché non vogliano una crisi dell’euro, dati i legami economici e politici con l’Unione Europea, non sono contenti che esso si rafforzi troppo sul dollaro.
Concludendo, la politica di rigore fiscale non dovrà essere allentata, perché la situazione si è fatta più fluida. Ed è più che mai necessaria la compattezza del governo per rassicurare i mercati internazionali. La nomina all’unanimità di Mario Draghi, banchiere centrale rigoroso, al vertice della Bce indica che l’Italia è credibile. Ma anche che la credibilità non è un «pasto gratis».