Fogerty: «Ricomincio a suonare i Creedence perché sono attuali»

Il leader della band di «Proud Mary», dopo aver abbandonato per decenni il repertorio che l’ha reso famoso, pubblica la raccolta di successi «The Long Road Home»

Antonio Lodetti

da Milano

Creedence Clearwater Revival, ovvero la band che sostituisce le tuniche colorate degli hippy con camicioni a quadri di flanella e stivali da cowboy e riporta il rock alle radici blues e rockabilly. Risultato? Le classifiche mondiali strapazzate; oltre 15 milioni di album e otto milioni di singoli venduti tra il 1969 e il ’72 (ai tempi in cui un disco d’oro voleva dire un milione di dollari di incasso) con superclassici come Proud Mary («la più bella canzone di quel decennio», sentenzia Dylan), Green river, Down on the corner. Dietro al megasuccesso dei Creedence quattro volti ma un solo nome: John Fogerty, chitarrista e geniale autore di tutti i brani, definito «il fratello maggiore di Springsteen» e il «Cassius Clay del rock».
Uno duro e puro, che ha sciolto i Creedence nel ’72, all’apice del successo, e non ha più suonato le loro canzoni per più di venticinque anni. «Elvis avrebbe dovuto fermarsi dopo Mystery train - dice Fogerty - è questione di dignità. Se avessi continuato a salire su un palco per suonare l’ennesima Proud Mary sarei finito come lui». Ha tenuto duro per tanto tempo (incidendo nuovi classici come Centerfield, Blue Moon Swamp e il recente Déjà vu all over again) ma ora è tornato al vecchio amore. Alla sua maniera, da scontroso, supponente rilancia le sue gloriose canzoni sia dal vivo sia su disco con il cd appena uscito The Long Way Home che contiene alcuni classici dei Creedence nella versione originale (da Who’ll stop the rain «scritta durante la guerra del Vietnam per sfogare la mia frustrazione» a Green river «ispirata a Pewter Creek, dove ho imparato a pescare da bambino da un anziano discendente di Buffalo Bill») altri dal vivo (Keep on chooglin’) e alcune composizioni recenti. «Non mi abbasso a interpretare brani moderni - dice - o suono le mie canzoni o vado a pescare nel repertorio di Marvin Gaye, Roy Orbison. Il mio lavoro non è impressionare la critica, è fare dischi di successo».
E lo fa senza guardare in faccia nessuno, neppure i vecchi amici dei Creedence (il fratello Tom è morto, ma il batterista Doug Clifford e il bassista Stu Cook portano in giro il marchio Creedence Clearwater Revisited). «Eravamo in quattro ma io sapevo come scrivere una hit. Iniziò tutto per caso. Diventammo famosi con Susie Q che era un pezzo di Dale Hawkins, un artista della Louisiana. La notte stavo nel mio monolocale a fissare la parete vuota, creando nella mia testa un territorio simile alla Louisiana fatto di paludi, alligatori, voodoo e nacque Born on the Bayou, il nostro manifesto». Un mix di suoni e sapori passato alla storia come swamp rock. «In questo stile c’è la musica che ho sempre amato. Le incredibili storie blues e folk che raccontavano Lightning Hopkins, Leadbelly, Pete Seeger, ma non ho mai pensato di diventare un cantante folk. Bill Haley e Little Richard mi hanno sconvolto. Il rock è la mia vita perché non ha regole. Nel country, nel jazz, nella classica ci sono regole cui non si può sfuggire, ma col rock puoi fare ciò che vuoi». Come ad esempio tenere decine di concerti a sessant’anni suonati, tanto che in giugno partirà da Parigi il suo tour europeo. «Non ci sono ancora date italiane, ma il calendario è in evoluzione. Andare in tournèe non è più un’avventura come quando avevo vent’anni; oggi viaggio con moglie e figli, unendo la mia vità reale a quella fantastica delle mie canzoni»: