Fogerty: «Riporto in vita le musiche dei Creedence»

Il leader della vecchia band giovedì in concerto a Milano. «Il gruppo non c’è più, ma le sue canzoni sì»

da Londra

Qualcuno non ricorda il nome John Fogerty, ma gli appassionati di musica lo considerano «il fratello maggiore di Bruce Springsteen» e «il Cassius Clay del rock». Per mettere d’accordo tutti diciamo che è il leader dei Creedence Clearwater Revival e l’autore di Proud Mary, una della ballate più imitate di tutti i tempi. Lontani dalla pop music quanto dal radicalismo hippy, tra il ’69 e il ’72 i Creedence strapazzarono le classifiche piazzando 20 hit nelle top ten e vendendo 15 milioni di album e 10 di singoli. Il marchio Creedence sul rock è come quello della Texaco per i motociclisti sulle autostrade americane. Loro sostituirono le tuniche colorate con camicioni e stivali da cowboy, riportando il rock alle radici blues e rockabilly. Risultato? Superclassici come Green River, Down On the Corner, Bad Moon Rising all’insegna di un nuovo suono chiamato «swamp rock». I Creedence non esistono più da 35 anni ma Fogerty è rimasto una gioiosa macchina da hit parade e al tempo stesso un artista di culto che, riconciliatosi col passato, oggi porta in giro l’antico repertorio e i brani del nuovo cd Revival. «Il mio show è la sintesi di quarant’anni di rock», racconta annunciando il primo concerto italiano della sua carriera, giovedì all’Alcatraz di Milano. «Ho suonato ovunque, persino nei paesi comunisti dove il rock era censurato, ma in Italia non sono mai stato, neppure da turista, e voglio divertirmi».
Chi è John Fogerty oggi?
«Da un lato uno che non ha mai tradito il rock, dall’altro uno che ha una magnifica famiglia cui dare tanto affetto. Quindi vivo in equilibrio tra passione musicale e sentimento».
Sente la responsabilità di essere «il maestro di Springsteen»?
«Non l’ho mai pensato. Io e lui siamo amici e vediamo le cose dallo stesso punto di vista, però io sono più vecchio di lui».
Molti conoscono Proud Mary ma non conoscono lei: le secca?
«Proud Mary è un simbolo, l’hanno cantata in tutte le lingue ed è diventata un mito anche grazie a Tina Turner, è un marchio dei Creedence».
Ci sono tante leggende su quando la scrisse...
«La scrissi il giorno che fui congedato dall’esercito. Tornai a casa, nella mia stanza e, pensando a cosa fare del mio futuro, mi venne fuori la frase: “Ho lasciato un buon lavoro in città”».
E il brano che rappresenta di più i Creedence?
«Tutti, ma il primo è Porterville; quello lo scrissi nell’esercito, quand’ero costretto a marciare per ore, e nella mente prendeva forma il cosiddetto swamp rock».
Che è?
«Un territorio musicale fatto di chitarre con il tremolo, voce potente dal tono gospel, ritmi che incrociano blues e rockabilly, testi che parlano di alligatori, regine del voodoo, licantropi, paludi».
Dopo tanti anni ha ripreso il repertorio dei Creedence.
«Recentemente sono andato in Mississippi sulla tomba di Robert Johnson, e lì ho pensato che i blues sono stati sfruttati in mille modi ma non hanno mai perso la loro integrità. Così mi son detto che non importa quanto sia disgustoso chi maneggia le tue canzoni, sei tu che hai il dovere di diffonderle».
Però senza gli altri...
«Da quando è morto mio fratello Tom siamo arrivati ad un pessimo divorzio. Clifford e Cook hanno svenduto il marchio Creedence e in più, aggirando il divieto contrattuale di utilizzare il nome, l’hanno trasformato in Creedence Clearwater Revisited».
Lei ha fatto parte del movimento hippy ma in modo critico.
«Gli hippy erano sognatori, io ero un liberal. La mia musica e la mia vita sono sempre state più strutturate e più rivolte al sociale. C’erano troppe utopie e la gente aveva bisogno d’altro. Per questo abbiamo avuto successo: il mio compito è scrivere belle canzoni. Non trovo disdicevole aver venduto milioni di dischi, anzi. Lo hanno fatto tanti prima di me, da Elvis ai Beatles».