Foibe, dopo 60 anni il primo elenco dei deportati

Potranno avere un nome alcuni degli oltre 800 italiani scomparsi a Gorizia durante l’occupazione da parte dei partigiani titini

da Gorizia

Per la prima volta, dopo 60 anni, potranno forse avere un nome alcuni dei circa 840 civili e militari goriziani che furono deportati dai partigiani di Tito nel maggio del 1945, e non tornarono più a casa. La Prefettura di Gorizia ha infatti messo ieri a disposizione di chi volesse consultarlo un elenco con 150 nomi di «dispersi» nei giorni dell’occupazione da parte delle truppe del IX Corpus jugoslavo.
A fornire la preziosa documentazione è stato il governo della Slovenia, grazie all’interessamento del ministro degli Esteri Dimitrij Rupel; i documenti sono stati consegnati a Clara Stanta Morassi, presidente del Comitato dei congiunti dei deportati di Gorizia. Di loro non si è mai saputo nulla, ma si ritiene che la maggioranza furono gettati nelle foibe carsiche. Da ieri, quindi, tutte le persone interessate a consultare la lista potranno contattare la Prefettura, dove è stato costituito un tavolo di incontro e assistenza, al quale sarà possibile rivolgersi ogni lunedì e mercoledì. Le schede oltre ai dati anagrafici degli scomparsi, contengono, per ognuno di loro, anche data e luogo dell’arresto e l’ultima segnalazione sui deportati. I documenti sono stati messi a disposizione «allo scopo - ha spiegato la Prefettura - di acquisire ogni possibile notizia sulla fine dei congiunti scomparsi e costituire finalmente un ideale punto di riferimento e ricordo, per rendere agli scomparsi ogni dovuto onore».
Quella di Gorizia rappresenta una delle pagine meno conosciute e più dolorose delle tumultuose vicende che insanguinarono il confine orientale d’Italia dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale e fino al Trattato di pace con la Jugoslavia di Tito. Tra il 14 maggio e il 15 giugno del 1945 si calcola che siano scomparsi nelle cavità carsiche 837 tra civili e militari rastrellati nel capoluogo isontino, a opera del IX Corpus, che perseguiva il progetto di annettere alla Jugoslavia il Friuli orientale e la Venezia Giulia. Al comando delle truppe titine c’era il commissario politico Franc Pregelj, ora ottantasettenne cittadino sloveno, noto anche con il soprannome di «Boro». Su di lui venne aperta un’inchiesta nel 1997 da parte della Procura militare di Padova, poi trasferita a Bologna e conclusa nel giugno scorso con l’archiviazione. Secondo le conclusioni della magistratura, Pregelj sarebbe stato una «personalità di spicco», ma non sarebbe stata provata la sua la responsabilità nelle deportazioni e negli assassini. «Boro» venne sentito con rogatoria internazionale, ma spiegò che, in quel periodo, ricopriva solo il ruolo di segretario del Partito comunista sloveno a Gorizia. La drammatica vicenda delle foibe ha interessato migliaia di italiani deportati e uccisi nella Venezia Giulia, Istria e Dalmazia tra il 1943 e il 1945.