Foibe, i 1048 nomi segreti dei martiri di Gorizia

Le carte erano nelle mani del sindaco già da dicembre, ma il primo cittadino ha fatto di tutto per non dare pubblicità al documento. Il ministero degli Interni: «Condotta reticente»

Luciano Gulli

nostro inviato a Gorizia

Un faldone senza neppure uno straccio di copertina, un preambolo, una nota d'accompagnamento. E neppure un «ci dispiace, è andata così», che del resto sarebbe parso atrocemente stonato. Solo un elenco asettico di nomi, date di nascita, professione o corpo d'appartenenza, data della cattura e della deportazione. Schegge di vite perdute, appese lassù, nel firmamento dei martiri. Carne morta, morta da un pezzo. Ma volti e sorrisi, e capelli imbrillantinati, e divise indossate con fierezza; e ricordi di baci e di abbracci, e di carezze, piantati come un chiodo ribattuto nel cuore di chi è rimasto. Crea Giuseppe, per esempio. Di lui si dice solo questo: «Nato il primo giugno 1923 a Motta San Giovanni, provincia di Reggio Calabria, oce (padre) Nicola, mati (madre) Santa Minniti. Arrestato a Gorizia il 3 maggio 1945, deportato campo di concentramento di Sussak. Guardia di PS». O Luigi Bandel, «nato il 29 marzo 1921 a Comeno, padre Luigi, madre Giuseppina Godnich. Alpino. Reggimento Tagliamento. Prelevato a Gorizia il 18 maggio 1945. Ultima segnalazione Postumia». O Antonacci Nicola, «maresciallo, nato a Gallipoli 1898, di padre Guglielmo madre Teresa De Benedetto, arrestato a Lucinico, Gorizia, il 6 maggio '45».
Carte fredde, come ossi rinsecchiti gettati in pasto a questa piccola folla di anziani - i figli, i generi; la moglie, talvolta; come nel caso di Giuseppina Venturin, che ha 98 anni e da 61 vive con quel rovello - che avanzano in processione, qualcuno appoggiandosi a un sostegno ortopedico, due in carrozzella, davanti all'ufficio allestito al pianterreno della Prefettura, in piazza Vittoria. Il faldone è lì, dietro una vetrata, in una stanzetta in cui si scorgono un crocefisso, la fotografia di Ciampi, una stampa del Canaletto, una piccola libreria e due scrivanie. Leggi queste carte fredde, scorri questi frammenti di vite spezzate nello spasimo della morte e ti vengono in mente «Le fucilazioni del 3 maggio 1808», quel dipinto di Francisco Goya dove la violenza, il terrore, la depravazione e la cupa ferocia sui volti degli aguzzini hanno i toni del giallo, del verde, del rosso, del bianco e del nero: i colori del lutto.
È il primo giorno, e sono arrivati in una sessantina. Altri, quasi 200, hanno telefonato da tutta Italia e perfino dall'estero. Altri parenti verranno, ora che la prefettura ha stabilito che il dossier sarà consultabile il lunedì e il mercoledì, dalle 16 alle 18. O forse non verranno, quando avranno saputo della delusione dipinta sui volti di chi esce dalla stanzetta invetriata. Perché in quelle carte non c'è nulla che già non si sapesse. Non la data della morte. Non il luogo della sepoltura, giacché la maggior parte di quei poveri morti passarono per i camini all'ingiù in cui furono gettati dai partigiani comunisti del maresciallo Tito: nelle foibe che si allargano qui intorno. C'è solo l'ammissione del governo sloveno - perché è da lì che arrivano le carte - sulle deportazioni senza ritorno nella Venezia Giulia, a guerra finita.
Mille e quarantotto nomi nuovi. In gran maggioranza carabinieri, questurini, finanzieri che venivano dall'Italia meridionale e finirono nella grande tonnara comunista quando la festa impazzava nel resto dell'Italia che usciva dalla guerra, e lo strepito era così alto che a nessuno (e per decenni, da allora) venne voglia di tendere l'orecchio e volgere il cuore allo strazio che si consumava quassù, in quest'angolo d'Italia calpestato dai tagliagole del IX Corpus titino.
Gli arresti furono effettuati secondo accurati elenchi pronti fin dal 1944, «grazie alla collaborazione dei Giuda comunisti che vivevano tra noi; voglio dire Giuda italiani», denuncia con rabbia uno dei parenti che aspetta il suo turno. Funzionari di banca, delle compagnie di assicurazione, dipendenti degli uffici pubblici, insegnanti e professori, carabinieri spariti nella foresta di Tarnova, un intrico di calanchi e precipizi di cui Tito era signore. Una intera classe dirigente decapitata, perché sulle sue ceneri si potesse edificare - era il sogno di Josip Broz - la settima repubblica comunista jugoslava.
Longino Dilena, che aveva la divisa da carabiniere, lo presero a Sant'Elia, frazione di Trieste. Ora son qui le sue figlie Nella e Gina. «La speranza - dicono senza crederci - è di trovare una traccia che ci guidi a recuperare il suo corpo. O a deporre un fiore da qualche parte». Guido Paoletti, 78 anni, è venuto a cercare notizie di suo fratello Aldo. «Aveva 17 anni. Lavorava al campo d'aviazione, con i tedeschi. Costruivano bunker. Lo catturarono insieme con mio cugino Aldo Cociancic fuori dal cimitero. Erano andati ad assistere alla riesumazione della salma della nonna. Qual era la sua colpa?», Amneris Bosio cercherà qualche pallido indizio sulla fine di suo padre Gino. «Restò legato per due giorni sul ponte di Peuma insieme con un tenente della Milizia. Il tenente venne fucilato il secondo giorno dopo la cattura. Di mio padre non si seppe più nulla».
Nessuno, oggi, vuole più un processo. «Ma rassegnarsi, mai», mormora Iolanda Franceschini, 76 anni. «Mio padre era nella milizia ferroviaria. Lavorava al deposito littorine della stazione Montesanto, qui a Gorizia. I partigiani titini arrivarono vestiti da tedeschi, ma poi gettarono gli elmetti e si misero la bustina con la stella rossa. Li disarmarono e li portarono via».
L'elenco coi nomi era stato consegnato a dicembre al sindaco di Gorizia Vittorio Brancati (che guida una giunta di centro sinistra) dal suo collega di Nuova Gorizia Mirko Brulc. Ma ha fatto di tutto, Brancati, perché la questione restasse circoscritta ai parenti dei deportati e non si turbasse il feeling con i dirimpettai sloveni buttandola in politica, con i giornali e la Tv di mezzo. «Una condotta singolarmente reticente - si legge in un rapporto del ministero degli Interni - dovuta verosimilmente al timore dei riflessi del caso sugli equilibri politici...». O meglio: una sorta di interessata glasnost, agli occhi dei parenti degli infoibati, che ogni tanto si domandano, scandalizzati, «come è potuto succedere che questa città sia finita nelle mani della sinistra».