Foibe, lo schiaffo di Pisapiae l'incapacità di liberarsidai vecchi riti della sinistra

L’ennesima ferita aperta nella memoria delle famiglie delle vittime arriva da un sindaco incapace di liberarsi da riti e luoghi comuni della sinistra in cui ha militato e milita tuttora

Si è rivelato un vero e proprio boomerang, per il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, la decisione di non dare la parola alle associazioni degli esuli e dei familiari delle vittime delle foibe nel Giorno del ricordo (leggi l'articolo). Non era mai accaduto, dall’anno della istituzione della legge, il 2004, che la cerimonia generasse una tale polemica verso le istituzioni. E solo per la buona educazione e il riguardo di familiari ed esuli - lo ha detto ieri uno dei dirigenti - non si è arrivati a una contestazione pubblica in piena regola del sindaco.

Le associazioni degli esuli, comunque, hanno protestato energicamente per l’andamento della Giornata. «Ci sentiamo offesi e umiliati, il sindaco dovrebbe scusarsi» ha detto il presidente del Movimento nazionale Istria-Fiume-Dalmazia, Romano Cramer. Pisapia - il suo racconto - è arrivato a questa cerimonia organizzata frettolosamente, alla carlona, e ha dato la chiara impressione di volersela cavare con una «toccata e fuga». Ha svolto il suo intervento come un compitino che non si può eludere (d’altra parte alla Camera votò contro l’istituzione della legge) e in pratica non si è allontanato troppo dalla tesi revisionista per cui, in fondo in fondo, le foibe sono state «colpa dei fascisti». Infine non ha dato la parola agli altri ospiti, e la cerimonia più discussa degli ultimi 8 anni si è chiusa così.

D’altra parte nel Consiglio di zona 3 sono stati capaci di allestire una mostra, con l’Anpi (l’Associazione dei partigiani) e senza gli esuli (anche qui), e in questa mostra non si nomina mai la parola comunisti, non si fa cenno all’opera di pulizia etnica delle milizie titine slave, e si ricava l’impressione che tutto sia dipeso dagli Alleati e dagli immancabili fascisti.

Ma questo ennesimo schiaffo, l’ennesima ferita aperta nella memoria delle famiglie delle vittime ha suscitato le reazioni polemiche di una parte del mondo politico. «Dopo il grave ed ingiustificato silenzio imposto agli esuli istriano-dalmati, ora mi aspetto che anche il 25 aprile il sindaco di Milano si comporti in maniera analoga, negando la parola ai partigiani e ai rappresentanti dell’Anpi» ha detto Romano La Russa, coordinatore provinciale del Pdl. Ma non è solo da destra che sono arrivate le reazioni: «Reputo gravissimo - ha detto il leghista Davide Boni, da presidente del Consiglio regionale - che la giunta Pisapia, a differenza di quanto ha fatto il nostro Consiglio, abbia evitato per evidente scelta politica di dare voce a chi poteva rendere testimonianza di quanto, troppo frequentemente, non è riportato sui libri scolastici».

Ancora una volta, insomma, Pisapia si è mostrato poco coraggioso, o comunque incapace di liberarsi da riti e luoghi comuni della sinistra in cui ha militato e milita tuttora. D’altra parte le difficoltà che hanno minato il suo primo anno di amministrazione a Palazzo Marino lo rendono sempre più succube di un certo retroterra politico ed elettorale da cui in campagna elettorale sembrava - illuso - volersi e potersi liberare. È evidente che, quando si parla di foibe, la sinistra vetero-comunista ha tutto l’interesse a proseguire nella linea del negazionismo o del giustificazionismo. Ma è altrettanto evidente che il sindaco, con la sua performance di venerdì mattina, non ha solo offeso la memoria degli esuli e delle famiglie degli italiani che hanno patito il massacro delle foibe, ma - questo forse gli interesserà di più - ha fatto un altro passo indietro rispetto all’ambizione di non essere «solo» un sindaco della sinistra arcobaleno, radicale o per meglio dire post-comunista.