Folgorato da Firenze sulla via di Atene

Si era fermato a Firenze come tappa verso Atene, dove voleva aprire una stamperia con un amico che lo aveva preceduto colà. Aveva scelto la Grecia perché per tanti giovani come lui era simbolo di libertà: un Davide cristiano che dopo aspra lotta si era liberato dal giogo ottomano, il Golia islamico. La guerra vittoriosa si era conclusa nel 1830 e l’anno dopo il Nostro era già in viaggio per la penisola ellenica.
La sosta fiorentina doveva essere solo una pausa del tragitto cominciato a Parigi. Il tempo di visitare la città prima di ripartire. Ma, in fondo, che cosa gli impediva di dare uno sguardo anche ai dintorni? Fiesole e Bellosguardo e - perché no? - Pisa, Lucca, Siena, Arezzo. Così, un mese dopo, il Nostro era ancora lì. Ma lo era anche dopo cinque mesi e sempre con la ferma intenzione di partire, prima o poi, per la Grecia. Finché, trascorso mezzo anno, gli giunse da Atene una lettera. A scrivergli, il consolato di Francia che annunciava - con très grand regret - la morte dell’amico stampatore.
La notizia era una mazzata, sentimentale e pratica. Dolore a parte, infatti, l’aspetto peggiore della faccenda era che, sfumato il progetto della stamperia accarezzato per più di un anno, il venticinquenne non aveva davanti a sé alcuna alternativa. Trascorse così alcuni giorni confusi ricapitolando la vita vissuta fin lì.
Aveva combinato poco, ma quel poco non era tutto da buttare via. Il padre, ufficiale napoleonico, voleva avviarlo alla carriera militare. Fu messo a convitto nel collegio parigino Henri IV, accademia per futuri ufficiali. Ma lui, scavezzacollo, era fuggito dalla scuola. Riacciuffato, fu espulso dall’istituto. Per punizione - e per dargli un avvenire - il babbo lo mise a bottega da un amico che dirigeva una stamperia a Parigi. Mai castigo fu più salutare. Il giovanotto si entusiasmò al mestiere e in breve fu promosso proto, cioè capo tipografo. Poi vennero le leggi contro la libertà di stampa di Carlo X, l’ultimo Borbone di Francia, e l’invio di truppe con l’ordine di distruggere due tipografie che avevano violato il divieto di stampare giornali.
Ci fu una sommossa generale con le trois glorieuses journées della Rivoluzione del luglio 1830. Alla testa del popolo in rivolta ci furono gli stampatori e i gazzettieri. Alla testa degli uni e degli altri, c’era il Nostro. Alla fine, re Carlo fu defenestrato. Ma anche il nostro tipografo decise che la Francia non faceva più per lui e che era il momento di cambiare aria. Fu così che si mise in viaggio diretto in Grecia, fermandosi in Toscana dove il suo progetto era andato in fumo.
Conclusa tra i sospiri la rivisitazione del passato, il Nostro decise che la batosta non doveva fermarlo. Avrebbe cercato il suo futuro a Firenze. Si fece spedire da Parigi due lettere di presentazione, una per Giampiero Viesseux, l’altra per Davide Passigli, tipografo. Quella per Viesseux non gli servì a nulla, l’altra gli cambiò la vita. Passigli aveva una stamperia con il collega Borghi. I due associarono «il Francese» - così il parigino era chiamato in città - all’impresa. Poi Passigli uscì dalla società e rimasero Borghi e il Nostro. Nel 1840, «il Francese» era già l’unico proprietario della stamperia. Rimasto solo, decise di affiancare l’attività di tipografo a quella di editore. E, in breve, divenne tra i più importanti d’Italia e il più italiano di quelli sulla piazza.
Il Nostro fu il primo a fiutare il vento del nascente Risorgimento e dette alla sua editrice un’impronta nazionale e unitaria. Famosa la sua collana «Biblioteca nazionale italiana», caratterizzata dalla stampa curata «in sesto elegante», il prezzo basso, la copertina rosa. Pubblicò i classici - Dante, Petrarca, Machiavelli - e i risorgimentali, Guerrazzi, D’Azeglio, Balbo. Ebbe il merito immenso di stampare le opere di Giacomo Leopardi, che gli altri editori avevano rifiutato. Ma anche il demerito di violare spesso la legge sul diritto d’autore, pubblicando libri di contemporanei senza permesso. Litigò per questo con il Manzoni e sfiorò la lite con Cantù e Grossi. A parte ciò, fece grande e gloriosa la sua azienda. Ma l’Italia, una volta unita, lo deluse: troppi ideali traditi. Così, preso da scoramento, cedette ad altri l’impresa.
Tuttavia l’editrice esiste tuttora, incastonata nella galassia della berlusconiana Mondadori, e porta ancora il suo francesissimo nome. Quanto a lui, restò a Firenze parlando fino all’ultimo giorno un fiorentino scrio scrio meglio dei fiorentini stessi.
Chi era?