La folle corsa dell’Occidente verso la lentezza

Non è argomento da spiaggia né da montagna. In vacanza, soprattutto ad agosto, mai parlarne: si corre il rischio, discutendone a tavola, di far riscaldare troppo il vino bianco. Tuttavia, con un po’ di coraggio, si può constatare quanto il Vecchio Mondo si stia arenando: non nella crisi economica o morale, bensì nello «slow», nel culto della lentezza. Una dimensione tra l’epicureo e il consumista, dove sgusciar gamberi e non pensare al domani (ma al conto del ristorante sì).
Se gli effetti di questo culto fossero più visibili, si potrebbe parlare apertamente di «un’epidemia di Slow». In realtà sono necessari buoni radar socio-psicologici per intercettare le conseguenze che il prefisso «slow» riesce a ottenere una volta messo davanti ai diversi aspetti della nostra quotidianità. Un punto di partenza potrebbe essere dare un’occhiata alle uscite editoriali dedicate al tema: Un argonauta contromano. Diario di un viaggio in slow economy di Maria Senesi (da Milano a Senigallia in pedalò, Il Sole 24 Ore Libri), Mangi, chi può. Meglio, meno e piano. L’ideologia di Slow Food di Luca Simonetti (Mauro Pagliai Editore), Slow Food. Una storia tra politica e piacere di Andrew Geoff (Il Mulino), Genitori slow. Educare senza stress con la filosofia della lentezza di Carl Honoré (Rizzoli). A questi possiamo aggiungere diverse guide Lombardia slow foot, divise per provincia, e il misterioso trattatello di Slow architecture di Enrico Frigerio (Libria editore), basato sull’idea di un’architettura «progressiva» che «vive nel tempo e trae dal contesto le risorse per la sua definizione».
E si potrebbe continuare. Quasi un anno fa vendette parecchio (a novembre e dicembre 2009 occupò tra il primo e il terzo posto di varie classifiche nazionali) il saggio di Federico Rampini Slow economy. Rinascere con saggezza (Mondadori), che in pratica propugnava, per usare le parole di un recensore, «il piacere dei passi felpati, dei gesti compassati, di consumi più frugali e di energie rinnovabili» e invitava a lasciarsi alle spalle «un’agenda fitta di impegni» a favore di un «lavoro lento» e di gesti «antichi» come innaffiare le piante con l’acqua in cui si è bollito il riso. Strano messaggio, proprio nel mezzo della crisi economica globale, ma dipende dai punti di vista (a questo proposito il «downshifting», l’abbandonare una carriera solida per vivere - spesso di rendita ma è meglio non dirlo - a contatto con la natura e la lentezza è il fenomeno gemello della «slowness»). Il libro di Rampini potrebbe fare il paio con Slow Money. Per investire sul futuro della terra di Woody Tasch (editore, nientemeno, Slow Food) e con il long seller Elogio della lentezza dell’esperto aziendale Lothar Seiwert (sperling & Kupfer), più qualche altra decina di titoli usciti negli ultimi 24 mesi. Mentre leggete queste righe, poi, si sta tenendo tra Martina Franca, Locorotondo e Cisternino, il Festival dei Sensi, occasione quanto mai «slow» per ascoltare tra antiche masserie, trulli, merletti e profumo di finocchio selvatico «importanti riflessioni filosofiche legate al mondo dei sensi».
C’è da rimanere perplessi. «La cosa che più mi colpisce in questa “corsa allo slow” - ci dice Claudio Risé, autore di diversi saggi di psicologia, psicanalista e docente universitario - è che sembra nascondere una grande fatica a crescere. Si afferma la lentezza contro l’inevitabile velocità della crescita. Non a caso si dice che la nostra è una società di eterni adolescenti: Gombrowicz osservava che l’immaturità era la caratteristica dei suoi contemporanei ed è ancora più vero per l’oggi. Ne parla anche Günter Grass nel Tamburo di latta, la storia del ragazzino che non vuol diventare grande. La slowness è una giustificazione ideologica per tutto questo. È il piacere di rimanere in una fase della vita in cui ci si occupa soprattutto del piacere, il che mi ricorda le parole di Edgar Allan Poe: mentre l’uomo si pavoneggia e fa il Dio, un’imbecillità infantile si abbatte su di lui. Il nostro è un tempo veloce, invece, che richiede una presenza impegnata e impegnativa. Davanti a questa sfida, la mistica dello slow è un modo di schermarsi. Ma non dimentichiamo, è stato detto più volte, che l’Occidente ha vinto perché era più veloce».
Di questo passo il culto dello slow rischia di avvelenare anche la struttura economica della società e portar frutti solo a coloro che - molto rapidi in questo - sono stati capaci di costruire sullo slow un business «terapeutico», basato sul «coccolarsi», sul falso prestigio dell’aver tempo e su enigmatici sapori che richiederebbero rispettosa lentezza per venir assaporati «nel giusto modo». Dire che tutto questo l’abbiamo preso dalle immobili culture asiatiche è una mezza verità: in Asia il tempo ha un valore simbolico. L’attuale dinamismo di Cina e India, per esempio, non deriva da un’improvvisa (e capitalista) scoperta della velocità, quanto piuttosto dalla consapevole scelta del tasto «veloce» rispetto al tasto «lento», che cinesi e indiani conoscono altrettanto bene del primo e su cui sanno giocare da sempre con ottima alternanza.
«Tutto questo slow - ci dice Fausto Manara, psichiatra e psicoterapeuta che nei suoi libri, in particolare in Un angolo tutto per me (Sperling & Kupfer), ha affrontato diverse volte l’argomento - è comunque un tentativo comprensibile di andare contro corrente in un mondo in cui il problema del tempo a disposizione di ognuno è drammatico. Viviamo in una cultura compressa, velocissima: oggi un minuto di Tv, mi diceva un addetto ai lavori, pesa quanto Ben Hur. In questo clima lo slow è l’illusione ma anche il tentativo di sopperire a una necessità vitale: essere padroni di alcune esperienze dell’intimità e del pensiero che non possono, e non devono, essere sequestrate dal tempo veloce. Quanto alle proposte della slow economy, sono come un falso in atto pubblico: sappiamo che le cose, nella realtà, stanno e vanno diversamente. Spezzerei invece volentieri una lancia a favore della pipa: un modo lento, e perfetto nel suo equilibro, di godersi il tempo rapido del fumo. La vita dovrebbe essere così».