La folle corsa di Lucidi per impaurire la fidanzata

Ecco perché il gup Marina Finiti ha condannato a dieci anni per omicidio volontario il pirata della strada che lo scorso maggio a Roma ha ucciso due fidanzati in scooter

Voleva terrorizzare a tutti i costi la fidanzata, con la quale era infuriato perché gli aveva appena detto che voleva lasciarlo e che era interessata ad un altro ragazzo. Così, dopo averla picchiata, in preda all'ira, l'aveva costretta a salire sulla sua auto e aveva dato il via ad una folla corsa per le vie di Roma, culminata con uno scontro dall'esito fatale per due giovani in scooter che attraversavano un incrocio. Era questa «la condizione psicologica» in cui si trovava Stefano Lucidi la sera dello scorso 22 maggio quando a Roma travolse e uccise con una macchina di grossa cilindrata spinta a folle velocità verso un semaforo rosso, tra l'altro guidata senza patente, Alessio Giuliani e Flaminia Giordani, due giovanissimi fidanzati. «Una condizione psicologica di assoluta noncuranza per la vita umana», scrive il gup Marina Finiti per motivare la decisione con la quale il 26 novembre ha condannato Lucidi, con il rito abbreviato, a dieci anni per omicidio volontario. La prima sentenza in Italia in cui un giudice arriva a configurare l'omicidio volontario, anziché colposo, con dolo eventuale. Attraversando con il rosso a più di 90 chilometri orari un incrocio in una zona centrale della città, tra via Nomentana e viale Regina Margherita, in un orario in cui la circolazione di pedoni e veicoli era elevata, il giovane automobilista ha accettato il rischio di incidenti, anche con possibili gravi conseguenze. Quindi il rischio di uccidere. «Valentina - si legge nelle motivazioni - era e doveva essere terrorizzata, doveva temere le sue reazioni. Che si verificasse o meno un incidente, e che potesse avere anche esiti mortali per una o più persone, a Lucidi in quel momento non interessava minimamente». Con quella folle condotta di guida ha accettato «almeno in parte» il rischio di un evento drammatico. «È certo, infatti - continua il giudice - che Lucidi supera ad elevata velocità la linea di arresto dell'intersezione quando il semaforo per la sua direzione di marcia segna la luce rossa da oltre un secondo. Depongono in tale senso non solo le dichiarazioni di Valentina Giordano (figlia dell'ex calciatore della Lazio, Bruno, ndr) assolutamente precise al riguardo - riferisce infatti la ragazza che l'imputato supera una fila di veicoli già in posizione di arresto prima dell'impianto semaforico ormai indicante luce rossa - e degli altri testi, tutte assolutamente convergenti e concordanti, ma anche le risultanze dell'accertamento tecnico dei consulenti tecnici della parte pubblica e delle parti civili, risultanze che escludono in radice la tesi difensiva dell'imputato, ovvero che abbia impegnato l'area di incrocio inizialmente in presenza della luce gialla....Neppure dopo l'impatto l'imputato si è fermato: ha continuato la sua folle corsa, spostandosi sulla corsia laterale di via Nomentana per darsi alla fuga. Poco sostenibile al riguardo lo stato di shock dallo stesso dedotto, attesa la lucida pianificazione della sua condotta immediatamente dopo il sinistro, finalizzata ad occultare ogni elemento a suo carico». L'imputato, dunque, ha coscientemente posto in essere una condotta di guida che costituiva un gravissimo pericolo per gli altri utenti della strada, ponendosi in una condizione nella quale sarebbe stato impossibile per chiunque effettuare manovre di emergenza. Ne è possibile sostenere, come ha provato a fare la difesa - osserva il gup - che Lucidi abbia sottovalutato il rischio «ritenenedo erroneamente di poter evitare l'impatto confidando nella sua abilità di guida». In quelle circostanze e a quella velocità sarebbe stata impossibile qualsiasi manovra. «È una sentenza che costituisce una pietra miliare nella verifica giudiziaria di questo genere di delitti», commenta l'avvocato di parte civile, Francesco Caroleo. Poco convinto delle motivazioni del gup, invece, il legale di Lucidi, Basilio Fiore. «Mi riservo di leggerle in maniera più approfondita, ma da una prima lettura non mi sembra che sia stato affrontato il punto fondamentale del processo, nel senso che il giudice non spiega la ragione per la quale l'unico mezzo che si trovava al centro dell'incrocio era il motorino. A quella velocità l'autovettura di Lucidi avrebbe attraversato l'incrocio in meno di mezzo secondo, come risulta evidente da tutte le consulenze tecniche, il che significa che il motorino ha certamente anticipato la luce verde, cosa che non poteva essere ragionevolmente prevista dall'imputato».