La folle idea del Paese instancabile Vincere la medaglia del telelavoro

In vista delle Olimpiadi del 2020 Tokyo istituisce una giornata in cui (quasi) tutti restano a casa. Una vera rivoluzione sociale

di Andrea Cuomo

C'è chi si prepara alle Olimpiadi macinando vasche su vasche a rana, chi lo fa sparando con la doppietta a milioni di piattelli, chi si concentra su un sacco da riempire di cazzotti. E chi pensa di vincere le Olimpiadi restando a casa. A lavorare. Sono gli edochiani, ovvero gli abitanti di Tokyo, città che ospiterà la prossima edizione dei Giochi Olimpici, nel 2020. In quell'edizione i milioni di lavoratori della capitale giapponese proveranno a vincere la medaglia d'oro del telelavoro.

Uno dice: e che impresa è? Per i giapponesi lo è senza dubbio. Ci vuole fati da quelle parti per non far nulla, oppure per farlo più comodamente. Non ci dimentichiamo che è il Paese in cui i lavoratori hanno pochissimi giorni di ferie all'anno e spesso nemmeno utilizzati appieno. Nel 2013 un sesto dei giapponesi ha fatto come Il Mondo di Jimmy Fontana: non si è fermato mai un secondo.

Il governo giapponese ha all'uopo istituito il «telework day», il giorno in cui le aziende sono incoraggiate a lasciare i propri dipendenti a lavorare a casa. Un modo per decongestionare le strade e i trasporti pubblici in vista del grande appuntamento che si aprirà Il 24 luglio 2020. E proprio il 24 luglio è stata la data scelta per questo appuntamento, che diventerà annuale. Il progetto parte dalle aziende e dagli uffici governativi, che hanno consentito ai loro dipendenti di lavorare in remoto, in alcuni casi soltanto fino alle 10,30 di mattina in altri casi per tutta la giornata lavorativa. Ma il governo spera pian piano di allargare a tutta Tokyo (e perché no? A tutto il Giappone) il grande cambiamento culturale.

Già, perché qui trattasi di una vera rivoluzione copernicana per quello che è da tutti riconosciuto quale il Paese più stakanovista del mondo. E che però è sorprendentemente in ritardo sulla delocalizzazione del lavoro. Da un'indagine compiuta nel 2016 emerge che soltanto il 13,3 per cento delle aziende nipponiche al momento consente ai propri dipendenti di timbrare il cartellino a casa. Ufficialmente a causa della preoccupazione per la protezione dei dati sensibili, che nei computer domestici sarebbe molto meno garantita. Ma la verità è che le compagnie temono che far lavorare da casa i dipendenti vorrebbe dire intaccarne la proverbiale produttività. Un pregiudizio peraltro smentito da un'altra indagine, secondo cui la produttività nelle aziende in cui è consentito il lavoro «da remoto» e di 1,6 volte superiore a quella registrata nelle aziende che non lo consentono. «La crescita economica del Giappone in passato è stata raggiunta attraverso il duro lavoro e interminabili ore di lavoro - dice il governatore di Tokyo Yuriko Koike -. Ma ora chi pensa davvero che lavorare più a lungo voglia dire lavorare di più? La verità è che abbiamo bisogno di un nuovo stile di lavoro, con meno stress fisico, che consenta a ciascuno di avere una vita più ricca».

Sarà. Ma le resistenze nel Paese del Sol Levante sono tante. A partire dagli stessi lavoratori. Che spesso non desiderano rinunciare alle proprie abitudini da travet. Nella sede edochiana di Calbee, azienda che produce cibi in scatola, hanno provato a istituire il telelavoro sin dallo scorso aprile, ma soltanto la metà dei dipendenti si è iscritto al progetto. Così è stato piuttosto sorprendente per Yusuke Nakamura, responsabile delle risorse umane dell'azienda, scoprire lunedì scorso, in occasione del primo «telework day» nazionale, che erano rimasti a casa 270 lavoratori su 330. Frutto della martellante campagna informativa del governo di Shinzo Abe, con spot televisivi e cartelloni stradali per dire: casa è bello.

Il governo di Abe è convinto: se i giapponesi proveranno a stare a casa poi non ne potranno più fare a meno. E sarà davvero possibile far guarire i propri instancabili sudditi dal loro più grave morbo, quel mal di lavoro che ormai fa più danni di quanti vantaggi provochi all'economia di un Paese che a causa delle storture demografiche avrebbe bisogno che qualcuno si occupasse dei pochi bimbi e dei tanti vecchi. Se appena riuscisse a fermarsi.