Folle uccise i genitori: indagati due medici per omicidio colposo

I dottori lo dichiararono sano di mente e autorizzarono la detenzione della pistola con cui sparò al padre e alla madre

Enrico Lagattolla

L’arma con cui sparò ai genitori era regolarmente detenuta. Eppure, una perizia psichiatrica lo definì «affetto da una psicosi schizofrenica in lenta evoluzione». Un disturbo «presente da anni». Almeno dieci. Marco Fagnani, 47enne, che nel gennaio dello scorso anno uccise il padre e la madre, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio volontario aggravato. I medici che permisero all’uomo di possedere quella pistola, invece, hanno ricevuto la notifica di chiusura delle indagini. L’accusa, omicidio colposo.
Un medico di base, che nel febbraio del 2005 rilasciò il certificato preliminare di idoneità al porto d’armi, controfirmando i dati anamnestici secondo cui Fagnani dichiarava di non aver mai sofferto di turbe psichiche, e un medico militare. Quello che diede l’autorizzazione finale. A breve, la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm Antonio Lamanna.
A rendere critica la loro posizione, la relazione del perito nominato del tribunale, il professor Ugo Fornari, direttore dell’unità di psichiatria forense, psicologia giudiziaria e criminologia dell’università di Torino. «Scompenso psicotico nell’ambito di un disturbo delirante schizofrenico». Questo, in sintesi, il quadro clinico dell’uomo, attualmente detenuto all’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. Ma significativo è il passaggio in cui Fornari parla di «un soggetto che presentava da anni (1995-1996) un disturbo paranoide di personalità» radicato in «un sistema delirante di riferimento \ che si accompagnava a oscillazioni dell’umore, scontrosità, facile irritabilità ed esplosività specie intrafamiliare». La famiglia, appunto. E a Fornari il gip Guido Salvini ha chiesto una seconda perizia, per stabilire se l’indagato sia incapace di intendere e di volere, e socialmente pericoloso, come già scritto nella prima relazione. Nel caso, Salvini potrebbe emettere un decreto di non imputabilità, e una nuova disposizione di ricovero in opg.
Marco Fagnani, sposato, due figli. Vita normale a Cassano d’Adda. Poi, l’abisso. Lui stesso racconta. «Il primo esaurimento - dice allo psichiatra - l’ho fatto nel ’95-96. Mia moglie mi è stata vicino, ma io sentivo che non andavamo più d’accordo». Insorge il disturbo paranoide. «Tra il ’95 e il 2003 mi curavo, andavo dal medico. Ma in casa le cose non è che andavano troppo bene... ».
Quindi, il trauma. E soprattutto il tracollo che porta all’omicidio. Nel 2003 «mia moglie si è separata da me perché forse non le andavo più bene, non ho mai capito». Si trasferisce dai genitori. «Con i miei c’era tutto che non andava bene, i pensieri erano tormentosi, accadevano situazioni strane». Estate 2004. «Ricordo che avevo come delle scosse elettriche sul corpo, e praticamente erano degli ordini. La mia mente diventava più impulsiva, più aggressiva. Pensavo che i miei genitori volessero farmi del male. Il medico mi ha dato delle medicine, ma in quel periodo non mi fidavo neppure più di lui. Ho smesso di prenderle». La sindrome persecutoria esploderà poi proprio in famiglia. «Ho cominciato a sentire che dopo mangiato stavo male, non mi fidavo più tanto di quello che cucinava mia madre». Poi, «un po’ alla volta, ho perso fiducia in tutti. Mia moglie e i miei genitori erano contro di me. Anche mia sorella. Anche lo psichiatra. Anche i clienti sul lavoro».
Fino al 16 gennaio 2005. «Non c’era più nessuno che era dalla mia parte, erano tutti contro di me». Dopo pranzo, Fagnani si ritira in camera sua, si sdraia sul letto e pensa «a che cosa mi avevano fatto nella tesa e mi dicevo: possibile che possa succedere questo? Perché vengo trattato così? Ho pensato, facciamola finita!». Un attimo prima. «Mi sono alzato, ho aperto il cassetto, preso e caricato la pistola e poi sono andato in sala. I miei genitori erano sul divano a guardare la tv. Mi sono avvicinato da dietro, poi è successo il fatto». Due colpi di pistola.