Follia no global, riecco il grido «mille Nassirya»

Scritte sui muri per gli autonomi arrestati in Buenos Aires

Paola Fucilieri

«Nella bella Nassirya, ya, ya, oh! Quanti sbirri saltan via, ya ya, oh! Dieci, cento, mille Nassirya!». Sono le 17.25 del Primo maggio in piazza Cordusio. Ed è qui, nel pieno centro della città e ai vertici dell’allegria di 7mila persone giunte da tutta Italia (giusto la metà dello scorso anno) che il corteo del «May Day Parade» organizzato dai centri sociali in nome del precariato e partito con i suoi carri alle 15 da piazza XXIV maggio, si suicida, annientando il suo storico spirito casinaro ma anche gioioso. In quegli stessi minuti, infatti, sono ancora aperte le camere ardenti allestite nella capitale, al Celio, per i tre militari morti durante l’attentato di giovedì in Irak, a Nassirya e di cui sono stati celebrati poi ieri pomeriggio i funerali nella chiesa romana di Santa Maria degli Angeli: il maggiore dei paracadutisti Nicola Ciardelli, e i marescialli dei carabinieri Carlo De Trizio e Franco Lattanzio. E, in ogni caso, nei cuori di tutti dovrebbe essere ancora vivo l’eco di quel giorno di novembre di due anni e mezzo fa quando, sempre a Nassirya, un camion carico di esplosivo si lanciò contro la nostra base uccidendo 19 italiani, 17 militari e due civili.
Eppure il ragazzetto con i capelli scuri, la maglietta nera e il dito medio alzato contro i carabinieri - che, con lo scudo appoggiato a terra, il Primo maggio accerchiano, per proteggerlo, il gazebo del vicesindaco Riccardo De Corato (An) - ride sfacciato e impavido inneggiando, insieme a una decina di altri suoi, ad altre morti di cui quasi sicuramente non sa e non capisce nulla ma intorno alle quali ha addirittura adattato, in maniera macabra e terribile, il motivetto «nella vecchia fattoria».
Il «May Day parade» finisce lì, alle 17.25, in piazza Cordusio, tra la tensione palpabile delle forze di polizia e lo sbeffeggio senza remore di chi sa che non verrà mai punito. Poco importa se poi, in realtà, i carri continueranno a sfilare lungo via Broletto, via Mercato e via Ponte Vetero fino a raggiungere le griglie ardenti di salsicce e il concerto di piazza Castello. L’episodio deprecabile cancella completamente ad esempio il contegno più rispettoso tenuto quest’anno dai dimostranti (pochissime scritte su muri e vetrine, nessun danneggiamento grave) e fa tirare un sospiro di sollievo anche a chi, fino all’altroieri, storceva un po’ il naso davanti alla ventina di arresti per devastazione (reato punito molto duramente) dopo i fatti dell’ 11 marzo in corso Buenos Aires. Anzi: quando, 20 minuti più tardi, in via Broletto, a un bulletto che avrà sì e no 13 anni e che ha appena finito d’imbrattare d’argento il portone al civico 41, per errore esplode in faccia la bomboletta spray, solo i suoi amici s’affrettano a versargli acqua negli occhi brucianti. Gli altri compagni del May Day tirano diritto e fingono di non vedere.