Le follie della giustizia: giudice manda in fumo il decreto sicurezza

Torino, tre irregolari arrestati in base alle nuove norme, ma il gip li scarcera per un cavillo. E <strong><a href="/a.pic1?ID=282673">a Genova si premia il rapinatore di banche</a></strong>: può andare al mare nel week end

Torino - Catturati e poi rimessi in libertà, fermati dai carabinieri con l’accusa di aver fornito un nome e un cognome di fantasia e quindi scarcerati da un giudice perché quel nome e quel cognome potrebbero anche essere veri. Non c’è certezza sull’identità dei clandestini - è il ragionamento fatto dal giudice -, ma non c’è neppure certezza sul fatto che abbiano mentito ai militari durante il controllo. E dal momento che il nuovo reato di false generalità prevede l’arresto solo in flagranza di reato, allora tanto vale rimettere gli stranieri in libertà.

Il «pacchetto sicurezza» approvato dal Parlamento a fine luglio subisce così un primo, duro attacco in un’aula di tribunale. L’aula è quella del tribunale di Torino, il giudice che ha aggirato il decreto legge numero 92, quello convertito in legge il 24 luglio scorso, si chiama Gloria Petrini. C’era lei, sabato mattina, nell’aula delle udienze di convalida. Di fronte a lei erano seduti tre imputati, tutti e tre clandestini e provenienti da Paesi dell’Africa centrale. Erano stati fermati il giorno prima dai carabinieri della Compagnia Oltredora nell’area di Tossic Park. Addosso non avevano sostanze stupefacenti, anche se il sospetto che fossero pusher è forte. Il campanello d’allarme, tuttavia, suona nel momento in cui gli stranieri forniscono le proprie generalità. Il primo afferma di chiamarsi Pape Lo, di avere 21 anni e di provenire dal Gabon. Anche il secondo uomo arriva dal Gabon, dice di chiamarsi Maurice Delvaro e di avere appena compiuto 27 anni. Infine, ecco Djibril Diop: è senegalese e ha 31 anni. La banca dati dell’Arma scopre però l’inganno: Pape, Delvaro e Diop erano stati fermati altre volte in passato e ogni volta avevano fornito nomi e cognomi differenti. I rilievi dattiloscopici non lasciano dubbi: sono clandestini e le loro generalità false. Scatta l’arresto.

Un arresto che diventa adesso possibile grazie al “pacchetto sicurezza” del governo approvato a fine luglio dal parlamento. Quel pacchetto, infatti, contiene il nuovo articolo 495 del codice penale: la «falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o qualità personali proprie e di altri». Un reato che prevede l’arresto immediato in flagranza di reato. E per i carabinieri della Compagnia Oltredora la flagranza di reato, in questo caso, c’è: le generalità fornite dai tre clandestini, infatti, sono false. Ma per il giudice Gloria Petrini non è proprio così. I nomi forniti dai tre centrafricani potrebbero infatti essere reali, non c’è certezza del contrario. È vero che in passato i tre clandestini avevano fornito altri nomi e cognomi, ma ciò che conta durante l’udienza di convalida sono le generalità indicate dagli stranieri al momento del fermo: questi nomi sono diversi da quelli forniti in passato, forse proprio per questo motivo potrebbero essere reali. Il passato non conta, i precedenti neppure. Conta solo la flagranza di reato. E su questo punto, per il giudice, non ci sono certezze. È la flagranza di reato il cavillo che consente al giudice Petrini di non convalidare il fermo.
«Una decisione incomprensibile, contro la quale ricorreremo in Cassazione»: sono state queste le prime parole pronunciate dal procuratore capo reggente Raffaele Guariniello dopo aver saputo della mancata convalida dei tre fermi. Il magistrato ha riconosciuto che esiste un problema che va affrontato in tempi rapidi e ha auspicato la presenza di un organo che indichi ai giudici una linea comune da seguire. Non è possibile, è l’opinione condivisa in Procura, che gli esiti delle udienze di convalida cambino a seconda del giudice. «È assurdo - ha commentato Guariniello - che un giudice convalidi il fermo e che un altro giudice rimetta invece in libertà il clandestino di turno». Scelte incomprensibili che rendono vani gli sforzi compiuti ogni giorno da carabinieri e polizia.