Follini aiuta l’Unione e si assolve: sono sereno, ho fatto la mia parte

Il leader dell’Italia di Mezzo vota la fiducia: "E ora moderati e riformisti si parlino". La solidarietà degli ex dc

Roma - La busta prende il volo dai banchi del governo e il commesso addetto la porta sino all’ultima fila dei banchi occupati in genere dalla destra. La consegna a Marco Follini, che da alcune ore attende paziente di prendere la parola per annunziare che dalla sua Terra di mezzo si sposta a sinistra per dire sì al governo Prodi. Apre la busta, legge il biglietto, sorride e dopo alcuni minuti un altro commesso porta un’altro biglietto al ministro Melandri. Piccole solidarietà prima dell’outing ufficiale dell’ex segretario dell’Udc, fatto dopo ore di paziente attesa seduto nel posto di sempre, tra i suoi vecchi amici di partito, ormai ex. Nella fila davanti a lui Gianfranco Rotondi della Dc, e Giovanni Pistorio dell’Mpa. I primi a stringerli la mano dopo il suo discorso, «di eccellente qualità estetica», dirà Pistorio che vota no al governo Prodi, e «assolutamente condivisibile», sottolinea Rotondi nella sua dichiarazione di voto, «nelle analisi ma non nella soluzione finale». Per il resto l’atteso intervento del «transfuga» si è svolto in un’atmosfera di curioso silenzio. Attenti a non creare polemiche quelli del centrodestra: «Noi non siamo comunisti - spiega Rocco Buttiglione- e non picchiamo i dissidenti, come è successo con Rossi e Turigliatto». Attenti per evidenziare la loro gratitudine quelli del centrosinistra, con Enzo Bianco e Willer Bordon e gli amici ex democristiani di un tempo Enrico Letta e Beppe Fioroni, che dopo l’intervento sono andati tra i banchi dell’opposizione a stringergli la mano. Due strette di mano inedite sono arrivate anche da An: così Francesco Storace e Gustavo Selva hanno voluto sottolineare il loro bon ton politico. Nel suo intervento di sette minuti che gli sono stati ceduti dall’Ulivo, parte dalle «condizioni di straordinaria infelicità e improduttività da anni» della politica e conclude spiegando che il suo sì al governo Prodi nasce dalla consapevolezza che si sarebbe aperto «uno scenario che o portava a un grande conflitto elettorale o a un grande equivoco». L’auspicio finale è che «le culture moderata e riformista tornino a parlarsi, a confrontarsi e a integrarsi». E rivolge un invito a Prodi: «Bisogna evitare di chiudersi nel fortilizio e aprire una fase di confronto, in cui ascolti e sia pronto ad usare molto ago e filo per cercare di ricucire gli strappi che molti hanno cercato di fare in questi anni». Il suo obiettivo è che si costruisca un «ponte per integrare la cultura moderata e riformista». E nel criticare la sua parte politica «che deve ritrovare la capacità riformatrice persa negli ultimi 20 anni», fa un riferimento alla legge elettorale da cambiare. E conclude che voterà sì non per ricevere allori, ma per condividere le difficoltà in cui si trova l’Italia. Le critiche più dure arrivano dalla Lega: «Prodi per salvarsi si è dovuto avvalere di un piccolo Giuda», sottolinea Roberto Castelli, che ricorda come la legge elettorale tanto criticata da Follini, è stata fatta proprio per accontentare l’allora segretario Udc.
Discorso diverso quello di Rotondi della Dc, che pur dichiarando di condividere molte delle analisi di Follini arriva ad una diversa conclusione: «Lui pensa di essere il perno del centro. Non è così. La vera alleanza di centro si fa con Berlusconi, Rutelli, Casini, Mastella e noi. Insieme siamo il 53%. Poi si decide se guardare a destra o a sinistra». Per sottolineare invece il suo ruolo «minimalista», Follini non aspetta in aula i risultati finali. «Io ho fatto la mia parte», sottolinea ai giornalisti. E sui (pochi) fischi ricevuti un laconico commento: «Fa parte delle regole del gioco».