Follini cede, intesa sulla legge elettorale

Gianni Pennacchi

da Roma

«Abbiamo raggiunto l’accordo tecnico», annunciava ieri sera il ministro Roberto Calderoli lasciando la sede dell’Udc, dopo un «serrato confronto» con Marco Follini e gli esperti centristi di meccanismi elettorali. Il segretario faceva resistenze, voleva anche il voto di preferenza. C’è voluta una telefonata di Gianfranco Fini, dall’ufficio del presidente della Camera, per ammorbidirlo. Pier Ferdinando Casini, a concilio con Fini e Donato Bruno, avvertiva la gravità del momento, «basta barricate», e si è affidato al leader di An per superare l’impasse.
«C’è un accordo politico sulla riforma della legge elettorale», ha fatto eco Fabrizio Cicchitto, suggellando con la «valutazione positiva» di Forza Italia. Che la svolta fosse nell’aria, lo andava dicendo dal pomeriggio Ignazio La Russa, e lo confermava Bruno, presidente della prima commissione e relatore della riforma. Ma l’accordo è «tecnico» o «politico»? In verità gli aggettivi non cozzano. Perché per la Lega vuol dire che il via libera al ritorno del proporzionale marcia parallelo alla terza approvazione del federalismo. E per Forza Italia vuol dire che l’intero processo s’avvia: ora la riforma elettorale, perché l’aula di Montecitorio l’attende proprio domani; a ottobre la Grande riforma federale; a dicembre le primarie pretese dall’Udc e da An.
Insomma, l’accordo nel centrodestra finalmente c’è, e appena Calderoli ha dato il placet, Bruno ha convocato la commissione Affari costituzionali presentando formalmente l’arcinoto maxi-sub-emendamento. Sub, in modo che l’opposizione non possa a sua volta presentare emendamenti in commissione, rinviando lo scontro, o il confronto se preferite, all’aula di domani. Talché, mentre Romano Prodi incitava da Bari a «resistere» contro la «sopraffazione» di chi «violenta uno strumento normale di democrazia», l’intero centrosinistra abbandonava l’auletta della commissione con grandi strepiti e lacerar di vesti, salendo a protestare col presidente della Camera. Casini li ha ascoltati, ma poiché tutto era stato fatto a norma di regolamento, nulla ha potuto salvo invitarli ad esporre le proprie ragioni, e ancor più i propri emendamenti se ne hanno o ne vogliono, domani quando la riforma elettorale approda all’esame dell’aula.
Che è poi la strada scelta dalla stessa Cdl, per far marciare l’intero «accordo». An, Lega e almeno il vertice di Forza Italia infatti, non vogliono il ritorno delle preferenze, insieme al proporzionale, mentre l’Udc le considera importanti e utili per convincere i postdemocristiani del fronte avversario. Così, il testo presentato da Bruno è quello già pronto da giorni, con le liste bloccate, e domani l’Udc presenterà il suo emendamento per modificarle con il voto di preferenza. Stefano Graziano, il tecnico dell’Udc, sorvolando sul braccio di ferro tra Follini e Casini, dice che «con questo escamotage tecnico» l’Udc ha dimostrato «un alto senso di responsabilità», soddisfacendo la «richiesta» di Calderoli. Ad ogni modo, avverte Graziano, sarà «l’aula, a sciogliere tutti quei nodi che restano ancora irrisolti». Bruno infatti, sin dal mattino spiegava che quello tra liste bloccate e voto di preferenza, è un «dilemma trasversale», ci sono «opinioni contrastanti» in ambedue gli schieramenti, dunque la maggioranza ha deciso di «non alzare barricate». Ovviamente sperando che l’opposizione si spacchi, perché va detto che il ritorno al proporzionale solletica molti, e il contorno scatena gli appetiti secondari. Anche la Lega, per voce di Calderoli, voleva che si chiudesse il confronto in commissione, rimandando all’aula ogni decisione.
Ripetiamo dunque succintamente i punti - «qualificanti» come suol dirsi - del progetto elaborato dalla maggioranza sul modello di legge elettorale che s’è data la regione Toscana:
Ritorno al proporzionale. Spariscono i collegi uninominali, tutti i seggi vengono assegnati proporzionalmente sulla base delle circoscrizioni elettorali attuali.
Premio di maggioranza. Per la coalizione vincente, sino a garantirle 340 deputati e 174 senatori. Se i vincitori raggiungono o superano da soli quei numeri, il premio non scatta. Per il bonus, si contano tutti i voti presi dalla coalizione, anche quelli dei partiti aggregati che non superano lo sbarramento.
Soglia di sbarramento. Ce ne sono tre. Una soglia minima per le coalizioni, che devono superare il 10%. Una per i partiti aggregati, che devono superare il 2%. E una per quanti corrono da soli, che devono rastrellare un minimo del 4%.
Niente preferenze. Le liste sono bloccate, per ora. L'elettore può scegliere solo il partito, e risultano eletti i candidati in ordine di lista (dunque prescelti) secondo i voti complessivi raccolti dal partito in quella circoscrizione.
Da domani può succedere di tutto, dicevamo. Possono risorgere le preferenze, si può andare avanti a colpi di maggioranze occulte e alternate, può affondare la riforma per fuoco incrociato. È il bello del voto segreto.