Follini e Alemanno i «Bertinotti» del centrodestra

Francesco Damato

Quello che si è svolto da venerdì a domenica scorsa non è stato l'ultimo congresso dell'Udc, come aveva orgogliosamente assicurato il segretario Marco Follini aprendolo con una relazione intrisa di rifiuti e di obiezioni alla proposta berlusconiana del partito unitario del centrodestra. Ma potrebbe essere stato il penultimo, visto che il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini lo ha chiuso gettando «il seme» di quello che ha chiamato «il partito nazionale dei moderati», necessario secondo lui per «evitare un'emorragia silenziosa di tanti nostri quadri» e non consegnare l'Italia «ad un'alleanza eterogenea che difficilmente potrebbe governare», com'è il cartello elettorale delle opposizioni guidato da Romano Prodi. Il quale, infastidito, ha fatto finta di non capire accusando Casini di non avere portato con il suo discorso «grandi novità al quadro politico».
Naturalmente Prodi al «seme» del partito nazionale dei moderati, gettato da Casini nel terreno del centrodestra in sintonia con l'obiettivo berlusconiano del partito unitario, preferisce la gramigna sparsa da Follini. Che non vuole sentirsi accusare o sospettare di preferire la sconfitta del centrodestra ad una rimonta della coalizione sotto la guida di Silvio Berlusconi, ma ha fornito con la sua relazione congressuale titoli ai giornali dell'opposizione e argomenti agli avversari del Governo per gongolare. Non so se, mostrandosi sorpreso di simili effetti e dicendosi «indignato» delle accuse di disfattismo piovutegli addosso dagli alleati, il segretario dell'Udc ci faccia o ci sia. Persino Gianfranco Fini, che lo ha per un certo tempo assecondato in una specie di fronda all'interno della maggioranza imponendo a Berlusconi prima una lunghissima verifica e poi l'apertura formale della crisi, ha ritenuto colma la misura di fronte alla rappresentazione che Follini ha fatto dell'azione governativa al congresso del suo partito. In particolare, il vice presidente del Consiglio gli ha contestato il «magro bilancio» attribuito al Governo e gli ha ricordato le enormi e imprevedibili difficoltà di ordine anche internazionale nelle quali il presidente del Consiglio si è trovato ad agire per evitare il «tracollo».
Si poteva forse fare di meglio e di più. Nessuno è perfetto, neppure Berlusconi. Ma Follini, il cui partito è ben presente nel Governo, non può tirarsi fuori dalle proprie responsabilità. Non lo può fare neppure chi all'interno di Alleanza Nazionale, dissentendo dal leader, ha continuato a fare da sponda nei giorni scorsi al segretario dell'Udc elogiandone «chiarezza» e «coraggio». Mi riferisco al ministro Giovanni Alemanno, con il quale Fini a mio avviso aveva ben poco da «scusarsi» nel discorso di replica pronunciato all'assemblea nazionale per recuperarne l'appoggio perduto con una ferma e onesta relazione di apertura. Peraltro quello restituito da Alemanno a Fini è un sostegno poco convinto, visto che il capo della corrente «Destra sociale» ha concesso solo una tregua, spiegando ai propri amici, secondo indiscrezioni di stampa non smentite, che questo «è il tempo dei colpi ai fianchi». Al quale seguirà, probabilmente dopo le elezioni politiche dell'anno prossimo, «quello del colpo finale». Questa specie di Fausto Bertinotti della destra, che l'anno scorso ha impedito al Governo con l'aiuto dell'Udc un taglio più incisivo e perciò efficace delle tasse, il «colpo finale» se lo dovrebbe dare sui piedi, o un po' più sopra le ginocchia.