Follini esce di scena e attacca il suo partito

Adalberto Signore

da Roma

L’ultimo atto va in scena in un albergo davanti a Santa Maria della Minerva, a pochi passi da dove il 18 gennaio 1919, da una stanza della pensione Santa Chiara, Don Luigi Sturzo lanciò l’appello A tutti gli uomini liberi e forti. Corsi e ricorsi della storia, perché proprio lì dove «il sinistro prete» (così lo definì Mussolini) tracciò il programma di quel Partito popolare che sarebbe stato l’embrione della Dc, ieri mattina si è consumato l’annunciato «sacrificio» di Marco Follini, fino a qualche ora fa segretario dell’Udc, uno dei tanti partiti che oggi si ispirano all’insegnamento che fu di Sturzo e Alcide De Gasperi. Dopo giorni di silenzio, Follini ha infatti deciso di prendere formalmente atto della «stagione nuova» che si è aperta nel partito e davanti alla Direzione nazionale ne ha tratto la «conseguenza inevitabile», le dimissioni.
Il segretario arriva verso le 9.30 e attraversando a piedi piazza della Minerva stringe la mano a qualche curioso e sfoggia un sorriso che ostenta una certa tranquillità. Perché è vero che la giornata si preannuncia lunga e difficile, ma la decisione di lasciare la segreteria Follini l’ha presa dopo lunghe e ponderate riflessioni («io non sono abituato a improvvisare») e ormai non ha più alcun tentennamento. Lo si capisce dalle poche parole di Lorenzo Cesa, eurodeputato e cinghia di trasmissione tra Follini e Pier Ferdinando Casini, che prima di entrare nella Direzione si lascia sfuggire un «penso che si dimetterà». E le dimissioni formali arrivano poco dopo le 10.15, quando il segretario finisce di leggere le sue tre pagine di relazione, annunciate nei contenuti ma non certo nei toni. Che su Silvio Berlusconi, sulla «delegazione ministeriale» dell’Udc e sulla legge elettorale sono durissimi. Tra i presenti, molti dei quali ancora speravano in un ripensamento dell’ultim’ora, cala il gelo.
Solo nella premessa Follini concede qualcosa, perché dentro questo partito - dice - ci sono «legami che non si possono spezzare, anche quando si hanno idee diverse». «Tale - aggiunge - è da parte mia da più di trent’anni il legame con Casini». Poi, però, il segretario critica pesantemente le ultime scelte del partito, dalla legge elettorale alla questione della leadership. Secondo Follini, infatti, serviva «un’altra legge in un altro modo», fatta con il coinvolgimento dell’opposizione a cui non doveva essere «consentito di chiamarsi fuori e di menare scandalo». La sua critica è soprattutto per l’assenza della preferenze («un diritto che noi per primi avevamo evocato») che rispetto all’ipotesi originaria sono state sostituite dalle liste bloccate. Ma Follini va oltre, perché - dice - «immaginavo una legge in cui la furbizia e la virtù si tenessero in equilibrio e non una situazione in cui l’una schiacciasse l’altra». Insomma, questa riforma elettorale sarà pure in senso proporzionale (anche se per chi crede davvero in questo sistema è «appena un punto di partenza») ma è soprattutto una legge dove ha prevalso la «furbizia». E di qui a poco, aggiunge, «ci troveremo a fare i conti con la contraddittorietà» di una legge elettorale «che fa del premier la conseguenza dei parti» e di una riforma federale che istituisce «un premierato che ne vorrebbe fare il perno del sistema politico».
Il silenzio che scende nella sala che ospita la Direzione è palpabile. A tratti drammatico e di lì a qualche minuto sfocerà in duro scambio di critiche, attacchi e pure insulti. Chiuso il capitolo riforme, Follini si sofferma a lungo sull’identità dell’Udc. Cita «la tradizione democristiana» e manda un messaggio chiarissimo al gruppo dirigente del partito, «troppo remissivo» verso Berlusconi: «I prossimi anni costringeranno la politica a scendere dal pulpito delle promesse a buon mercato». Ripristinare la democrazia orizzontale, «qui sta la mediazione, qui sta il centro».
Poi la dura replica al premier che «l’altra sera in tv ha spiegato agli italiani che io avrei una sola passione», cioè la politica. «La politica è passione fredda, lucida e composta. Ma è passione - dice salomonico - non è interesse». Follini va avanti a leggere la sua relazione con tono pacato, riconosce al premier «la capacità di aver tenuto largamente la coalizione sulla sua posizione», ripete che la sua non è «una disputa personale» né «tantomeno un’ossessione» e rimette sul tavolo la questione della leadership («la disputa dentro la maggioranza è stata tutta qui»). Insomma, dopo aver puntato sulla «discontinuità» ora «sento dire che se non si cambia troppo si sopravvive più agevolmente». Bisognava andare «fino in fondo, ad ogni costo, rischiando» ma si è ritenuto l’argomento «pericoloso» ed è stato «archiviato, derubricandolo da leale sfida politica a successione dinastica». L’Udc, dunque, ha «ottenuto una legge elettorale in cambio di un allineamento politico» e ora, dopo aver evocato le primarie «le lascia dileggiare». La tensione cresce e sfocia anche in un plateale litigio tra il ministro Carlo Giovanardi e Angelo Cera, capogruppo alla regione Puglia.
Follini lancia una stoccata sulla par condicio («non fosse stato per il mio cattivo carattere» ci troveremmo oggi «a pagare a Mediaset il costo dei nostri spot elettorali»), una bordata alla «delegazione ministeriale» dell’Udc (che si è comportata in modo «non dirò ossequioso ma almeno ripiegato») e un riconoscimento a Cesa («straordinaria figura umana e politica»). È l’ora delle dimissioni, perché «si apre una stagione nuova e non esistono uomini per tutte le stagioni». Irrevocabili, farà capire chiaramente più tardi Follini. «Ma io resto qua, rimango un dirigente e un militante dell’Udc. Mica vado a Tahiti...».