Follini, resa dei conti con le dimissioni in tasca

Giovanardi: «Dovrà chiarire il suo comportamento»

Roberto Scafuri

da Roma

Marco Follini è a casa, vicino agli affetti più cari. Come sempre, nei momenti difficili. Ha già messo a punto la relazione, determinata e rigorosa, con la quale metterà di fronte il suo partito al nodo politico che più gli preme. Ciò che abbiamo ottenuto è ciò che abbiamo chiesto? Basta questa legge elettorale proporzionale, che qualcuno dei più vicini a lui definisce «pannicello», per risolvere il problema della «discontinuità»? E se le primarie hanno perduto di significato, che tipo di alleanza e di futuro si prospetta per l’Udc? Rose e fiori?
No, Marco Follini non crede alla vie en rose, non ci ha mai creduto. Allora, alla direzione nazionale dell’Udc che si apre stamane alle 10 all’hotel Minerva, chiederà un rilancio dell’azione politica del partito. Il segno di un’autonomia orgogliosa che si proponga come perno essenziale della coalizione e non componente marginale talvolta tollerata con fastidio. Il segretario pensa ancora che la «discontinuità» occorra, e non certo per passare da un campo all’altro, bensì per vincere. Quello che vorrà sapere dai suoi quadri dirigenti è se ritengono sufficiente la riforma proporzionale, magari condita con l’abrogazione della «par condicio», per presentarsi agli elettori. O se serve altro, molto altro e qualcosa di diverso. Perché, come ha sempre detto Bruno Tabacci, «la gente non vota sul sistema politico». Sul tavolo, perciò, Marco Follini metterà anche le sue dimissioni. Dimissioni che andranno discusse in un altro contesto, a norma di statuto. Un segretario può dimettersi soltanto davanti al Consiglio nazionale, che può discutere e poi scegliere (eventualmente) il successore. La convocazione potrebbe essere a giorni.
Ieri Follini ha passato buona parte del pomeriggio in casa, e tante sono state le telefonate fatte e ricevute. Soprattutto ricevute. Tra queste, nessuna dal presidente della Camera, Pierferdinando Casini, che pure considera le sue dimissioni «un errore gravissimo» e gliel’ha già detto l’altro giorno. «Sbagli se lo fai, anche perché rischi di offuscare la nostra grande vittoria sul proporzionale». Non si tratta di mozioni degli affetti, perché tra ex dc che hanno vissuto intere stagioni assieme, oggi la questione personale esiste, ma viene riposta in un angolo. Molti ieri hanno fatto pressing per frenare la scelta di Marco. Il presidente dei senatori, Francesco D’Onofrio, quasi uno «zio moroteo» per Follini - «è per questo che ci capiamo al volo» - forse il più convincente di tutti. «Hai un dovere in più - gli ha detto -, tu oggi rappresenti l’autonomia del partito e sei parte del complesso equilibrio tra i poteri. Perché se il presidente della Camera è super partes, i ministri rispondono al premier, i parlamentari al loro capogruppo, il partito al loro segretario. Te ne devi fare carico».
La questione resta «seria e complessa», tanto per restare al senatore D’Onofrio. Come la nuova legge elettorale cambierà il senso dell’alleanza e i rapporti tra gli alleati? Il capogruppo dei senatori, per esempio, non è contrario pregiudizialmente ad aprire un confronto con l’opposizione per modificare la legge in Senato, rendendola davvero incisiva nella costruzione di un nuovo sistema politico. «Soltanto a patto che facciano sul serio - dice D’Onofrio -. Inutili le profferte al vento di Fassino, ce lo dimostrino con i fatti. Facendo ammenda di quanto hanno sostenuto finora, che la legge elettorale non si possa cambiare prima delle elezioni. E indicando le date di approvazione al Senato e alla Camera, comunque entro Natale». Dunque, la legge elettorale. Il ruolo dell’Udc nell’alleanza, non subalterno agli alleati, ma valorizzato fino a uno scenario (postelettorale) da Ppe, da «centro protagonista». E infine la modifica della par condicio, che per molti, come avverte anche Tabacci, resta «priva di senso». La battaglia in seno alla direzione potrebbe essere rimandata, se le dimissioni di Follini dovessero essere annunciate. Il ministro Carlo Giovanardi è comunque pronto alla pugna: «Il segretario dovrà chiarire perché, dopo aver posto il problema della proporzionale, a un certo punto ha rimesso in discussione la stessa dicendo che occorreva ritirarla se non ci fosse stato il concorso dell’opposizione». Nel colloquio dell’altroieri alla Camera, tra Follini e Fassino, il punto era questo. Ma non sarà facile riaprire un dialogo. Così come non sarà facile, per Marco, dimenticare che sulla «discontinuità della leadership», lui, ci ha messo la faccia. Perderla, contraddicendo se stesso ma accettando di lottare assieme al partito, può essere possibile soltanto se l’Udc è con lui. Altrimenti, si apre una stagione diversa, un’altra stagione di Follini.