Fondare partitini è uno sport nazionale

Caro Granzotto, sono rimasto molto scosso nel leggere che al Viminale sono stati presentati la bellezza di 177 simboli elettorali. Vorrei sapere da lei se questo proliferare di partiti non sia il segno della poca serietà: le elezioni sono il momento culminante della democrazia perché vi si manifesta ciò che vi sta alla base, la sovranità popolare. Non trova che buttarla in burletta con liste quali gli «impotenti esistenziali» sia lesivo della dignità del Paese?


Simbolo in più, simbolo in meno, è sempre andata così, caro Frattarelli. E questo a partire dalla consultazione per eleggere il primo Parlamento dell’Italia repubblicana, 18 aprile 1948. Allora i simboli presentati furono oltre un centinaio, dall’«Orologio» al «Cavallo», da «Stella e Spiga» al «Partito dei contadini» (che riuscì ad assicurarsi un seggio alla Camera), da «Edelweiss» a «Reduci e combattenti». Molti erano simboli di liste dette «di disturbo», ideate per erodere anche solo un pugno di voti all’avversario, altri rappresentavano piccoli movimenti d’opinione, altri ancora rispecchiavano l’ambizione di personaggi, spesso pittoreschi, che, dicendosi antipolitici, brigavano per intrufolarsi nella politica. Nulla di nuovo sotto il sole, insomma. O meglio, qualcosa di nuovo c’è: il seggio di deputato o di senatore è diventato ambìto anche per motivi venali, rappresentando agli occhi di molti (quasi tutti) un buon «posto», straordinariamente ben pagato, con pressoché immediato diritto a una pensione d’oro e accompagnato da una infinità di benefici e di vantaggi tra i quali un lavoro, chiamiamolo così, non esattamente usurante. Mai fare d’ogni erba un fascio, però piacerebbe sapere, ad esempio, cosa abbia mosso la signora Stefania Ariosto - l’indimenticabile «teste Omega» - a presentare il suo personale «Partito Democratico della Donna», che ha per simbolo, cedo la parola all’interessata, «una rosa e sotto la rosa una V rappresentante il simbolo sessuale femminile». E cosa dire dell’equivoco «Partito degli Impotenti Esistenziali», di quello, categorico, del «100%», dei deamicisiani «Pane-Pace-Lavoro» e «Libertà-Indipendenza-Rispetto-Amore», del canzonettistico «Non remare contro», del marinettiano «Giovani Poeti d’Azione», del masochista «Io non voto» e dell’enigmatico «Zarlenga Omnia»? A quale nicchia elettorale si rivolge, lo «Zarlenga Omnia»?
Qualche cosa in più - ma sempre cose poco confortanti - si sa invece del «Partito tremmista» fondato dal dottor Battista Mazzetta, «dilettante podista», «primo presidente, col titolo di Fondatore, del Nucleo Tremmista Nazionale» e ideatore della parola «tremmismo» (deriva dal tre e dalla emme in cifre romane, dove III sta per tre e M per mille. «Tremme» indica dunque il Terzo millennio). Dal tremmismo rampollano una sfilza di «ismi», tremmantipartitismo, tremprobismo, tremmeconomismo eccetera, fino al socialtremmismo che rappresenta il torsolo della mela tremmatica: «Garantire a tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro condizione economica, situazione familiare, stato di salute psicofisica, età, razza, religione l’assoluta serenità in tutte le fasi della vita». La democrazia ci impone purtroppo di far buon viso al cattivo gioco dei furbacchioni, degli utopisti cronici e dei buffoni, caro Frattarelli. Ma credo sia giunto il momento di quanto meno esporre, sul portone del Viminale al momento della presentazione di simboli e liste, l’avvertenza in uso nelle inserzioni dei «cuori solitari»: perditempo astenersi.