Fondatore Il goliarda che stupì D’Annunzio

Puntuale come sempre, mercoledì sera alle 21 il sipario del Politeama Genovese si è alzato sul 98° spettacolo della più che mitica Compagnia Goliardica «Mario Baistrocchi». Ma chi era Mario Baistrocchi e come nacque la Compagnia che porta il suo nome? Non so se andò proprio così, però esistono tutti i presupposti per crederlo.
Tra la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno del 1913 gli studenti dell'Università di Genova si accingevano a riprendere in mano i libri che avevano abbandonato per godersi appieno le meritate vacanze. Tra gli altri si ritrovarono i soliti amici fra cui si distingueva Mario Baistrocchi, studente di giurisprudenza e dinamicissimo presidente dell'Agu (la leggendaria Associazione genovese universitaria), giovane dal fisico prestante, di forte carattere, in possesso di una personalità carismatica tanto spiccata da procurargli vasto seguito tra i colleghi, entusiasta della vita goliardica e ricco di idee con cui trascinava gli altri a compiere le più svariate imprese, ora di alto significato morale, ora improntate a divertente stravaganza o scanzonata bizzarria.
Tra l'altro tale era la sua fervida intelligenza ed il suo disinvolto eloquio che, quale rappresentante ufficiale della Goliardia genovese, nel 1915 ricevette Gabriele D'Annunzio nel corso della visita che il Vate fece all'Università di Genova rivolgendogli un vibrante ed appassionato saluto ricambiato con espressioni di vivo compiacimento.
Il Baistrocchi era giunto a Genova proveniente da Roma dove non aveva trovato un ambiente a lui confacente. Di famiglia originaria parmense, era nato il 18 febbraio del 1892 a Buenos Aires dove il padre Ettore, illustre medico anatomo-patologo (valorizzatore e direttore delle Terme demaniali di Salsomaggiore, fondatore nel 1897 dell'Istituto «Sanatorium» che ospitava i meno abbienti e che oggi porta il suo nome), si era temporaneamente trasferito per svolgere la propria professione in quell'Ospedale Italiano. Anch'egli possedeva un carattere alquanto impetuoso per cui potrebbe ricercarsi in una certa insofferenza tra padre e figlio la decisione assunta da quest'ultimo nel preferire di compiere i suoi studi a Genova piuttosto che a Roma o a Parma, casa sua.
Ma torniamo al 1913. Giova rammentare che, a quei tempi, non esistendo ancora cinema, radio, televisione, discoteche ecc. il divertimento massimo (oltre a quello antichissimo per cui l'umanità si è riprodotta fino ad oggi...), era il cafè-chantant, da cui derivò il «teatro delle varietà» e successivamente la «rivista», che fece la sua prima indefinita apparizione a Milano nel 1886 con «Se sa minga», autore il brasiliano Carlo Gomez. Ma fu nel 1908 che, sempre a Milano, nacque quella che viene considerata la prima moderna rivista (compresa la Baistrocchi!!) intitolata «Turlupineide» il cui autore, inizialmente anonimo, si scoprì in seguito essere il famoso critico e commediografo Renato Simoni. Questo spettacolo era praticamente una manifestazione goliardica a scopo benefico che con balletti, canti, frizzi e lazzi metteva alla berlina i vip di allora. Il successo fu grande e presto, in tutta Italia, si produssero analoghe rappresentazioni ed a Genova, in particolare, il 22 luglio 1909 debuttò «La Colombeide» di Mario M. Martini e Laura Groppallo con musica di Apollo Gaudenzi. Prendendo verosimilmente spunto da tali precedenti, è probabile che anche al Baistrocchi venne l'idea di realizzare uno spettacolo analogo, prettamente goliardico, allo scopo di divertirsi e divertire, berteggiando politici e professori i quali ultimi (temporibus illis..!!) incutevano nei tremebondi studenti un giustificato terrore!
In virtù del suo entusiasmo, delle sue ottime capacità organizzative e, diciamolo pure, della sua simpatica faccia tosta, Baistrocchi trovò negli amici e nei parenti dei goliardi i «finanziatori», in Morici e Paltrinieri gli autori e nel teatro «Paganini» il locale dove esibirsi. Depredati vecchi bauli ed armadi da cui trarre acconci costumi previa mobilitazione di madri, sorelle, zie, nonne e fidanzate; create scene approssimative ma di buon gusto, la Compagnia Goliardica Genovese esordisce finalmente con «L'allegra brigata», titolo forse mutuato dalla «lieta brigata» di decameroniana memoria. Ma in questa brigata, per quanto allegra fosse, si nota subito (eccome!) l'assenza sul palcoscenico delle rappresentanti il gentil sesso, che diventerà una caratteristica costante - salvo rarissime eccezioni - della Bai. I motivi? Probabilmente perché in quegli anni le studentesse universitarie erano davvero poche, probabilmente perché a quei tempi esibirsi in un teatro era considerato sconveniente per le fanciulle della morigerata società genovese, probabilmente (e qui crediamo di colpire nel segno) perché quel «travestitismo» un po' sguaiato rappresentava un'arditezza mai vista in passato suscitando dapprima stupore e quindi risate a crepapelle, in un continuo crescendo che si concludeva col trionfale can-can, tuttora classica chiusura di ogni rappresentazione della Bai.
Comunque sia, il 6 aprile del 1913 i timori ed tremori per la «prima» svaniscono di fronte al clamoroso successo dello spettacolo che suscita apprezzamenti e critiche talmente positive da indurre il Magnifico Rettore, il celebre prof. Antonio M. Maragliano, a sollecitare i propri studenti a proseguire ulteriormente la brillante iniziativa. Baistrocchi prese la palla al balzo e, colla consueta energia ed intraprendenza organizzativa da tutti riconosciutagli tanto da meritarsi l'appellativo di «impresario americano», sfruttò migliorandola l'esperienza in precedenza maturata per cui l'anno successivo (1914) andò in scena «Cercando la via», autori il leguleio Sandro Canessa e l'ingegner-poeta Bruno Gallingani. Altro strepitoso successo! Ma mentre ci si accinge a dar vita al terzo spettacolo, scoppia la prima guerra mondiale. Bisogna partire per il fronte, organizzare un'altra ben diversa rappresentazione, e Mario Baistrocchi non può tirarsi indietro.
Arruolato nel Genio, parte invece quale volontario allievo ufficiale del corpo dei Granatieri. Nominato sottotenente guida i suoi soldati collo stesso entusiasmo, la stessa baldanza, lo stesso spirito con cui animava i colleghi universitari. Ferito una prima volta ed insignito della medaglia di bronzo al V.M., torna in convalescenza a Genova circondato dall'affetto e dalle premure dei suoi dilettissimi goliardi. Guarito, ritorna al fronte di combattimento al comando dei propri uomini finché, il 31 ottobre del 1917, nel corso di un contrattacco sulla Bainsizza nel tentativo di arrestare l'avanzata degli austroungarici durante la ritirata di Caporetto è nuovamente colpito, questa volta a morte. Decorato di medaglia d'argento al V.M., gli viene conferita la laurea in giurisprudenza H.C. Tragico epilogo di una esistenza giovane e ricca di pregevole futuro!
Finito il conflitto, si va via via dimenticando il terribile massacro, la vita riprende il suo ritmo normale ed anche l'Università ricomincia la sua intensa attività di studio. Gli anni passano, si ricompatta la Goliardia e, fra i tanti «begli spiriti», si distingue lo studente di giurisprudenza Luca Ciurlo (in seguito divenuto eminente ed indimenticato principe del Foro genovese), il quale rinnova l'idea di ricostituire una compagnia di rivista goliardica sull'impronta lasciata dai predecessori otto anni prima. Detto, fatto! Lo stesso Ciurlo, unitamente a Goffredo Gustavino, nel 1922 compone e mette in scena «Bella... se vuoi venire!», pietra miliare del teatro goliardico genovese. Quei ragazzi di allora però volevano dare un nome particolare e distintivo al rinato sodalizio studentesco destinato a divenire storico. Non fu difficile né si perse tempo: Ciurlo avanzò la proposta, approvata entusiasticamente all'unanimità, di chiamarlo «Compagnia Goliardica Mario Baistrocchi», in onore e memoria di colui che l'aveva voluta e creata. Naque così il «mito» Baistrocchi che dura da ben 98 anni, assolutamente unico nel panorama studentesco, seguito ed amato da generazioni di genovesi e liguri (ma non soltanto da loro...). Ci auguriamo fortemente che continui ancora e raggiunga il fatidico centenario. Ad maiora!