Il fondatore di Greenpeace dice sì al nucleare

«Dire no al nucleare negli Anni Settanta fu un errore del movimento verde». Vent’anni dopo la tragedia di Chernobyl, vent’anni dopo le polemiche che ne seguirono e che condizionarono e condizionano tutt’oggi le scelte in tema di politica energetica di molti Paesi, suona come una dichiarazione di resa la clamorosa enunciazione che Patrick Moore, uno dei fondatori del movimento ecologista Greenpeace, ha messo nero su bianco per il Washington Post.
Nell’articolo accolto con grande clamore dal movimento ecologista internazionale, Moore, spiegando la sua nuova svolta radicale, sostiene che il nucleare da «sinonimo di olocausto» sta diventando al contrario oggi l'ultima speranza di «salvare la Terra». Moore, che nel 1985 ha lasciato Greenpeace (tanto che l'organizzazione, evidentemente imbarazzata, ieri ha tenuto ancora una volta a precisare che «lui ormai non fa più parte del movimento») ha infatti capovolto da qualche tempo la sua visione del problema energetico. In buona sostanza lo storico fondatore di Greenpeace è convinto che oggi «solo l'energia atomica può evitare al pianeta i danni ambientali del petrolio» e minimizza in proposito i rischi del nucleare. Di conseguenza, anche e soprattutto guardando al passato, tende a sdrammatizzare i due incidenti più eclatanti della storia nucleare: quello di Three Mile Island, in Occidente, e quello di Chernobyl nell’ex impero sovietico. In particolare a Chernobyl, scrive Moore, «l'agenzia dell'Onu che ha indagato sull'incidente ha registrato 56 morti. Niente al confronto dei cinquemila minatori che muoiono ogni anno nel mondo». Giusto martedì Greenpeace aveva diffuso i risultati di uno studio secondo cui oltre 93mila persone rischiano ancora di morire di tumore per le conseguenze del disastro di Chernobyl. Secondo il rapporto del Forum Chernobyl, che comprende l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) e altre agenzie Onu, l'anno scorso solo 56 decessi sono stati accertati come legati all'esplosione che il 26 aprile del 1986. Greenpeace, citando dati ricavati in Russia, Bielorussia e Ucraina, sostiene invece che il rapporto presenta cifre deliberatamente alterate: «È terribile che l'Aiea cerchi di nascondere e minimizzare il più grave incidente della storia», ha dichiarato Ivan Blokov, dell'ufficio russo di Greenpeace. Sull’altro rischio legato al nucleare, quello che armi atomiche possano finire nelle mani di terroristi, Moore sembra tranquillo. Il rischio c'è, ammette, ma replica con un altro affondo: «Negli ultimi 20 anni, in Africa, più di un milione di esseri umani sono stati massacrati a colpi di machete». Moore in qualità di esperto di ambiente, nell'aprile del 2005, sostenne le medesime tesi dell'articolo sul Washington Post davanti alla commissione «Energia e risorse naturali» del Congresso americano.