Il fondatore, il sindaco, l’industriale: è scattata la grande fuga dal Pd

Dopo Rutelli e Cacciari, anche Calearo abbandona la nave di Bersani. E
i moderati che restano promettono battaglia. Fioroni: "Farci da parte?
Saremo ingombranti..."

Roma Dai Pierlenin, facci sognare. Sbianchetta dalle foto quelle facce ignote e bislacche, quella gente sconosciuta e anticomunista persino quando sedeva in segreteria a Botteghe Oscure. Getta lo sguardo oltre la siepe, dove fanno a gomitate per rientrare. Apri la porta a Pietro, Fabio, Cesare, Niki e magari pure al compagno Oliviero. Perdona Piero, perché non sapeva quel che faceva, e un momento un po’ così può capitare a tutti.
Dai un senso alla storia del Pd, Pierlenin Bersani. Così come chiedono i compagni dalle fabbriche e dalle officine (dai campi no, ormai fa freddo). Gli ammalati di precariato e gli schiavi dei call center, i senza lavoro e i senza speranza. Soprattutto, caccia via i senza fede, Rutelli o Cacciari che siano. O il Calearo, quel Massimo Calearo «padrone» nel settore delle antenne, che aveva impudentemente dichiarato: «Io di sinistra non lo sono mai stato». Ma uno così, che ci faceva nel Pd? Uno che sembrava «più leghista dei leghisti», come ricordano gli amici dell’Associazione degli industriali di Vicenza. Uno che, dopo essere stato presidente di Federmeccanica, cioè capo dei «duri» che si confrontano con i «duri» del sindacato più «duro», Veltroni aveva voluto accanto a sé, tanto per incasinare l’incasinabile, confondere il confondibile. Neppure tanto riconoscente, sto Calearo, che non riconosceva in Veltroni il «padre politico». «Essendo figlio di mio padre non ho un papà nel partito. Grazie a Dio faccio quel che voglio. Mi hanno chiamato loro, non ho chiesto io di andarci, mi sento libero». Da «libero», s’era organicamente schierato con Franceschini nonostante l’amicizia personale con Bersani (spuntata quando era presidente della Regione Emilia, sbocciata quando Pierluigi arrivò al ministero dell’Industria). «Bersani è un amico di sempre, ma se il partito dovesse andare a sinistra, io non mi ci riconosco più...», ha detto il Rude.
Così è stato. Ieri l’annuncio: s’era addormentato nel partito «moderato e riformatore» di Veltroni, s’è risvegliato con l’incubo di Pierlenin che arringa gli operai da una sedia in fabbrica. Nel Pd stremato dalla lunga battaglia congressuale, non ci mancava altro. Si teme e parla di «fuga da Alcatraz», di «salti sul Muro», di «scelta di libertà». Ad aprire la via di fuga il furbo numero uno, Francesco Rutelli, senza neppure aspettare i risultati finali delle primarie. Ha preso cappotto e cappello, s’è fatto liquidare da D’Alema, s’è già intrufolato tra i Casini. Poi, senza annunci roboanti («un tipo di comunicazione che non mi appartiene»), ha dato forfait Massimo Cacciari. Che ieri ha aggiunto di «capire» il disagio di Calearo, così «come ho compreso le ragioni di Rutelli». Resta nel limbo, vuole vedere che farà Bersani (presumibilmente aspetta casus belli più eclatanti). Già fuori è invece il presidente della provincia di Trento, Lorenzo Dellai, che filosofeggia sul «segnale di disagio» di Calearo in un quadro di «stanchezza del bipolarismo». Acqua al suo mulino, il Nuovo Centro.
Ma di fronte al fuori tutti - presto rimpiazzato dal rosso antico dei Folena, Mussi, Salvi, Vendola, Diliberto -, ecco gli ultimi spasmi del virus che ha minato la salute del Pd fin dalla culla.
I cattolici «pragmatici» di Marini e Fioroni non intendono mollare la presa e lanciano segnali inquietanti: «Noi cattolici siamo troppi nel Pd per essere indipendenti o indifferenti. Al massimo, saremo ingombranti». Chiaro segnale di apertura delle trattative per i posti interni. Peggio la fille prodige (si fa per dire) Debora Serracchiani, che ieri ha dovuto smentire la nascita di una sua corrente e soprattutto di una temutissima Pink tv (giusta punizione divina per Youdem e Redtv). E lui, il grande Pierlenin? Ieri ha perdonato Fassino, compagno della Fgci torinese. Poi s’è detto soddisfatto: «Abbiamo riavviato il partito». Più che riavviato, rifondato.