La fondazione del Leonka è un inganno

Va avanti, con lo stanco rito degli sgomberi virtuali, la storia del Leoncavallo e intanto grandi cose bollono nel pentolone dell’immaginazione cittadina. Si prospetta – udite, udite – una fondazione per consentire ai giovanotti del nostro scontento di proseguire nella loro azione, che si pretende «sociale e culturale». Una fondazione composita: un po’ di privato e un po’ di pubblico, un po’ di radical-chic e un pizzico di centrodestra, banche e cultura, danari e pensieri in libertà, con tanti riguardi per Vittorio Sgarbi, trasversale a se medesimo e sensibilissimo alle sue provocazioni. Calma, calma. Fondazione è parola grossa, richiama vocazioni nobili e a funzioni utili: siamo sicuri che si adatti al vecchio «Leonka»? La smemoratezza può tutto, ma è difficile per questa città dimenticare che quel centro sociale ha rappresentato, rappresenta un focolaio di illegalità ostentata e predicata, di violenza collettiva, di disordine programmato. I murales e i graffiti faranno anche impressione ai critici d’arte, ma un’impressione più forte farebbero certamente i fascicoli giudiziari che il Leoncavallo ha nutrito di reati e di condanne, se mai fossero esposti, tutti un unico mucchio, in una pubblica piazza. Nessuno auspica scontri e vendette, Milano deve guardare avanti, ma non può perdere il senso della misura e della giustizia quando guarda al passato. Una fondazione per salvare il «Leonka» costituirebbe una mistificazione, un inganno. Significherebbe giustificare ciò che non può giustificarsi, sanare con buonismo insano una ferita ancora aperta. Se proprio volessero manifestare ravvedimento, rifiuto dell’illegalità e della violenza i ragazzi del «Leonka» dovrebbero sperare nel silenzio e nell’oblio.
Sgarbi sostiene che non si può perde il valore artistico delle «opere» dei leoncavallini. Sgarbi è un esperto e io no. Penso soltanto che abbiamo perduto tante «meraviglie» del mondo antico, sicché i posteri si faranno una ragione se certi capolavori pittorici non sopravvivranno.