Una Fondazione per Lorenzo Necci, assolto 42 volte

da Roma

«Se si va molto lontano ad est si arriva ad ovest» era solito raccontare Lorenzo Necci per dire, con qualche anno in anticipo, che lo sviluppo e il mercato sono una terra senza confini. Un’idea frutto del suo essere «visionario, ma anche rinascimentale e umanista», come ha ricordato la figlia Alessandra nel giorno della commemorazione della nascita. E in contemporanea alla presentazione della fondazione che porta il nome di suo padre, morto lo scorso anno in un incidente stradale. Nato a Fiuggi da padre ferroviere, Lorenzo Necci, verso la metà degli anni ’70, approda all’Eni diventando pochi anni dopo il presidente di Enichimica. Chiamato alla presidenza di Enichem, passa poi alla guida del nuovo colosso nato dall’accordo tra Eni e Montedison. Si dimette nel 1990 e nel giugno dello stesso anno va a capo delle (commissariate) Ferrovie dello Stato. Nel ’92, con la trasformazione in spa delle Fs, Necci ne diventa amministratore delegato, carica che ricopre fino al 1996.
È l’anno in cui da manager lavora ad un governo di «grosse koalition». Poco dopo si dimette dalle Fs a causa delle accuse di corruzione e reati contro la pubblica amministrazione a danno delle Ferrovie dello Stato e poi nell’inchiesta perugina sulla Tav. Assolto 42 volte, come ricordava spesso, viene condannato per corruzione nella vicenda delle gare d’appalto per la costruzione dello scalo milanese di Fiorenza. Ma Necci si è sempre dichiarato innocente: «Mi convinco sempre di più - disse in una intervista di qualche anno fa - di essere stato vittima non della sorte, ma di un vero complotto». Un pensiero simile a quello di Francesco Cossiga: «Il mio amico Necci è stata la prima vittima illustre della malagiustizia, ma più che altro è stato un grande incompreso. Il suo pensiero era troppo moderno». Un giudizio che condivide Gianni Letta (Fi): «Necci aveva individuato già allora criticità per il Paese che ancora oggi sono irrisolte. Quattordici anni fa presentammo un libro che lui aveva scritto. C’era tutta l’Italia che contava. La stessa che per anni lo ha lasciato solo». «In occasione del ricordo della morte - conclude - ho rivisto in chiesa, forse con un piccolo senso di colpa, la stessa “folla” di allora». «Un grande stratega» per Mario Baccini (Udc), mentre Gianni De Michelis invita alla riflessione: «L’Italia nella sua furia iconoclasta ha spazzato via i suoi uomini migliori. Una stagione in cui il Paese è stato saccheggiato. Bisogna capire perché a lui e non solo è toccata questa sorte. Bisogna farlo, ma per l’interesse stesso dell’Italia».