Le Fondazioni: Cdp rinunci a Terna

Per gli azionisti «privati» della Cassa non si deve cedere la quota del 10% detenuta in Enel

da Milano

Continua lo scontro tra le Fondazioni e il Tesoro in Cassa depositi e prestiti: questa volta il campo di battaglia è la partecipazione del 30% in Terna per la quale Cdp ha già firmato un contratto di acquisto condizionato, ma che l’Antitrust ha dichiarato incompatibile con la partecipazione già detenuta in Enel.
La partecipazione del 10,2% di Cdp in Enel è incedibile. La condizione posta dall’Antitrust di dismetterla per acquisire il controllo di Terna deve portare a riconsiderare il contratto siglato con Enel che, alla luce della condizione posta dall’Antitrust, è da considerare decaduto, hanno sostenuto ieri le fondazioni azioniste di Cdp nella riunione del comitato di supporto della Cassa. Il comitato propone al cda della Cassa di studiare una modalità alternativa per l’ingresso in Terna: attraverso un veicolo esterno nel quale siano presenti altri soggetti in modo che Cdp non abbia il controllo del gestore italiano della trasmissione e del dispacciamento dell’energia.
Cdp ha una quota del 10,2% in Enel che vale oltre 4 miliardi. Secondo il comitato di supporto, organismo nel quale siedono solo i rappresentanti delle Fondazioni azioniste con il 30% di Cdp, si dovrà quindi rinunciare all’acquisizione della quota di controllo (29,9%) di Terna ma non all’ingresso nella società. Per il comitato di supporto il contratto con l’Enel è decaduto; ovvio, quindi, che la forchetta di prezzo concordata per la quota in Terna andrà completamente rivista. Il comitato già nella primavera scorsa aveva contestato il prezzo stabilito per la conclusione dell’operazione. Nessuna indicazione, invece, sull’eventuale impugnazione della decisione dell’Antitrust davanti al Tar, materia di competenza del cda che ha tempo fino al prossimo 15 novembre per presentare il ricorso. La scelta di una «scatola» in cui far confluire la quota di Terna potrebbe però non essere sufficiente per l’Antitrust, come pure potrebbe non rispondere ai requisiti posti dal Tesoro, che ha chiesto che venga mantenuta una maggioranza di controllo pubblica.
La posizione del vertice di Cdp prevede invece che si accettino le condizioni dell’Antitrust, che concede quattro anni di tempo per sistemare le partecipazioni.