Dopo le Fondazioni il governo vuole cambiare le Popolari

Approvato il decreto che elimina il tetto del 30%. Il viceministro Pinza: «Ora un tavolo su voto capitario e partecipazioni»

Gian Maria De Francesco

da Roma

Il governo, dopo aver eliminato il tetto ai diritti di voto delle Fondazioni nelle banche partecipate, punta a rivedere il complesso di norme che differenzia le popolari dagli altri istituti di credito. Il percorso, però, si annuncia accidentato sia perché le banche cooperative intendono conservare le loro prerogative, sia perché nella maggioranza non c’è comunione di intenti in materia.
Ma andiamo con ordine. Il Consiglio dei ministri ieri ha approvato il decreto legislativo che modifica la disposizione della legge sul risparmio che sterilizzava i diritto di voto delle Fondazioni eccedenti il 30% del capitale delle banche. Ovviamente soddisfatto, il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, ha sottolineato che «il governo ha compiuto un atto di giustizia». Addirittura giubilante il presidente della Fondazione Mps, Gabriello Mancini. «Abbiamo vinto - ha dichiarato - una grande battaglia».
Nonostante il Comune e la Provincia di Siena per tramite di Palazzo Sansedoni vengano riconfermati nel loro ruolo di deus ex machina dei destini della banca senese, nel centrosinistra qualche malumore è come al solito emerso. In primis quello del senatore diessino (e dalemiano) Nicola Latorre che già nei giorni scorsi aveva espresso posizioni critiche. «Ho il timore che si possa tornare indietro. Rimane il problema dell’autoreferenzialità delle Fondazioni», ha evidenziato. E anche il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, non ha lesinato una stoccata al numero uno di Rocca Salimbeni, Giuseppe Mussari. «Non è elegante - ha chiosato - vedere che il presidente di una Fondazione diventa il presidente di una banca legata alla Fondazione stessa».
Malumori mai sopiti dei Ds per il ruolo defilato che Mps scelse nel 2005 anziché soccorrere la compagnia «amica» Unipol in panne nella vicenda Bnl? Stoccate della Quercia alla Margherita troppo liberal? Forse entrambe le opzioni sono valide. Fatto sta che ieri il viceministro dell’Economia e padre del decreto, Roberto Pinza (Margherita) ha rilanciato la contesa sull’apertura del mercato bancario. «Dobbiamo rimettere in agenda una revisione della normativa sulle popolari», ha annunciato. L’intento del viceministro è quello di convocare «un gruppo di lavoro» per ridiscutere le norme su voto capitario e il tetto dello 0,5% per le singole partecipazioni. Anche se «il più delle aggregazioni è stato fatto», ha precisato Pinza, «c’è sempre qualcuno che si sta guardando intorno». La Borsa ha creduto, almeno inizialmente, in una rivoluzione. Ieri a Piazza Affari la Popolare di Milano ha guadagnato l’1,68% e Bpu l’1,1%, entrambe in ripiego nel finale.
Il presidente di Bpm, Roberto Mazzotta, ha subito raffreddato gli entusiasmi. Cancellare il voto capitario? «Penso che sarebbe un grosso errore. Sono sempre stato dell’opinione - ha risposto - che questo strumento fosse utile per favorire la creazione di operazioni industriali efficaci nella realtà delle grandi banche cooperative quotate del Centro-Nord». La crescita dimensionale di realtà come PopVerona e Novara e di Bpu, anche se non ha coinvolto Milano, resta per Mazzotta un esempio della validità del modello popolare. Ed è qui che il viceministro Visco ha lanciato la proposta. «Basta separare la cooperativa dall’azienda. Il modello è quello della fondazione: funziona e si liberano risorse». Sarà d’accordo anche Pinza?