Fondazioni: un «regalo» da 2,5 miliardi

Mps e Sanpaolo non venderanno nulla. Carisbo decide a fine mese. Il caso Unicredito

Marcello Zacché

da Milano

Un business da 2,5 miliardi a cui stanno lavorando tutte le principali banche d’affari. A tanto ammonta per le Fondazioni di origine bancaria il potenziale beneficio fiscale garantito dalla cosiddetta legge Ciampi 8 anni fa e in scadenza a fine anno. L’antefatto: la norma garantisce l’esenzione dalla tassazione sulle plusvalenze per le Fondazioni che, dopo essere scese sotto al 50% del capitale ordinario, cedono altri titoli delle banche «conferitarie». I termini scadono il 31 dicembre prossimo.
Qualcuna, come Cariverona, Carivenezia e Crt, ha parzialmente sfruttato il beneficio. Altre, come Carisbo, ci stanno attentamente pensando (a Bologna è imminente la riunione degli organi direttivi per prendere una decisione). Altre ancora, come Mps o Compagnia di Sanpaolo, non ci pensano neanche. Comunque alla fine il risultato, preso nel suo complesso, sarà quello di un blocco comune che non si muove più di tanto. Pronto a rinunciare a gran parte di quei 2,5 miliardi perché vale molto di più stare dentro alle banche.
Secondo un calcolo di massima, le quote che i principali Enti detengono a oggi nel sitema bancario capitalizzano intorno ai 29 miliardi. Una quota notevole, se si pensa che da sola vale il 5% dell’intera Borsa italiana. Ma grazie al forte rally del settore del credito in Borsa, i prezzi con cui le azioni degli istituti di credito sono scritte in bilancio sono molto più bassi, mediamente nell’ordine di un terzo del loro attuale valore (Fondazione Mps, per esempio ha una plusvalenza di bilancio di 2,7 miliardi contro un carico di 1,9. Mentre Cariverona ha il 7,2% di Unicredito a 265 milioni, contro gli oltre 2mila del valore di Borsa). Il che permette di poter calcolare una pluvalenza teorica di 19 miliardi. Che, se realizzata in condizioni normali, verrebbe tassata alla stregua di una “partecipazione qualificata”, cioè (secondo l’attuale normativa in vigore dall’anno scorso) al 13,2% (al 40% della plusvalenza viene applicata l’aliquota Irpeg del 33%). Il totale fa 2,5 miliardi.
Una ghiotta occasione che non si ripeterà più. Ma che se sfruttata, per assurdo, fino in fondo, farebbe uscire le Fondazioni dal giro bancario. Ed è ben difficile costruire schemi alternativi: per muovere le quote è necessaria l’autorizzazione del ministero del Tesoro. Che vigila su eventuali elusioni e trucchetti, tipo quello di stipulare contratti su prodotti derivati o equity swap che permettano poi di rientrare. Solo le Fondazioni azioniste di Unicredito (Cariverona, Crt, Cassamarca e Carimonte) si sono trovate nella particolare condizione di vendere con la possibilità di risalire attraverso i titoli di Hvb. E questo grazie alla fusione in vista Hvb-Unicredito. Non è un caso che Cariverona sia calata dal 7,4 al 4,9%, incamerando un beneficio fiscale nell’ordine dei 60 milioni. Da Siena si ribadisce che nulla si muove, invece: «Ogni singola azione è al servizio di eventuali alleanze» ripete il presidente Giuseppe Mussari. Mentre alla Compagnia di Sanpaolo si dice che «il pacchetto è assolutamente strategico nella sua interezza». In ogni caso, per tutti, ci sono ancora due mesi e mezzo di tempo.