Fondi e allargamento, Ue divisa su tutto

Frecciate da Parigi e Berlino verso Londra. La Commissione conferma i negoziati con Ankara. Il presidente Barroso: «Non so come finiranno»

da Milano

Un’altra ordinaria giornata di disunione europea: frecciate tra leader, contenziosi che bruciano, persino il fallimento del vertice dei ministri della pesca dell’Ue per definire i nuovi fondi. Le contraddizioni esplose con il doppio «no» alla Costituzione di Francia e Olanda non riescono a trovare un frenatore capace di riportare nei binari il caracollante convoglio dell’Europa a 25.
A livello economico pesa il conflitto tra Parigi e Londra, arricchitosi di un attacco del premier Dominique de Villepin. La sede era istituzionale (l’Assemblea nazionale), il bersaglio l’«assegno britannico», il rimborso di cui gode la Gran Bretagna dal 1984 (5,3 miliardi di euro annui) a compensazione dei minori contributi comunitari sul settore agricolo. «Un vero costo di un passato regime» ha tuonato il primo ministro francese, deciso a difendere la lucrosa assegnazione di fondi sull’agricoltura a Parigi. Per il premier britannico Tony Blair, ieri a quattr’occhi con il collega svedese Goran Persson, lo sconto è in effetti «un’anomalia che deve andarsene», ma soltanto «a partire dal contesto di altre anomalie che devono essere modificate». Un riferimento indiretto, ma senza equivoci, a quella Politica agricola comune (in vigore fino al 2013) che a suo avviso agevola notevolmente Parigi.
Blair sta preparando il suo intervento di domani al Parlamento europeo dove presenterà la sua «visione» dell’alleanza a 25. Una filosofia ben nota, quella di Downing Street: il premier di Sua Maestà sogna un’Europa retta da severi criteri economici, un’impostazione che tuttavia cozza con il modello sociale difeso dal cancelliere tedesco Gerhard Schröder. «Chi vuole distruggere questo modello per egoismo nazionale o per ragioni populistiche» si renderà colpevole di fronte alle future generazione, risponde il leader socialdemocratico, senza peraltro citare Blair.
La Germania è in prima fila nel combattere il «livellamento verso il basso di un mero mercato», parole del cancelliere. Ma anche nel frenare il processo di allargamento dopo il «non» francese e il «nee» olandese», che riguarda nei prossimi mesi l’ingresso nella Ue di Romania e Bulgaria. «Con la situazione attuale, nella logica di chi ha considerato insufficiente il trattato di Nizza, bisogna frenare l’allargamento» ha affermato Martin Schulz, influente capogruppo del Pse al Parlamento di Strasburgo. Per Schulz lo stesso attendismo va applicato alla questione dell’adesione della Turchia. «La mia impressione è che i negoziati dureranno molto tempo» prevede. Se ne riparlerà dal prossimo 3 ottobre, data di inizio di negoziati tra Bruxelles e Ankara, confermata ieri dal commissario responsabile Olli Rehn. Anche il presidente Ue José Manuel Durao Barroso, con l’aria che tira, non se la sente di sbilanciarsi: «L’esito finale non lo si può prevedere fin d’ora...».