«Fondi per invalidi presi dall’ex assessore»

Un consigliere di An presenta un’interrogazione sui costi della struttura, che organizza decine di missioni in Israele

Alessandra Lotti

Sette ordini di custodia cautelare e venti indagati a Bari per una truffa da 5 milioni di euro. Fondi pubblici per l’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro, che venivano dirottati e intascati senza impiegare nemmeno un disabile. Secondo gli inquirenti, l’organizzazione criminale aveva come vertice Andrea Silvestri, all’epoca dei fatti assessore alla Formazione professionale nella giunta Fitto, sfuggito all’arresto in quanto irreperibile. L’accusa per tutti è di aver preso parte a un’associazione per delinquere finalizzata al peculato e al falso.
Un uso di denaro pubblico che - hanno spiegato gli inquirenti - ha indotto lo Stato, nel 2004, a non erogare più alla Puglia fondi destinati all'assunzione di disabili iscritti alle categorie protette.
Sei persone sono finite agli arresti domiciliari: la collaboratrice di Silvestri, Lucia Pepe, dipendente regionale e consigliere comunale a Canosa di Puglia; due funzionari della Regione Puglia, ex responsabile del settore cooperazione dell’assessorato, Ignazio Corvasce, di Barletta ed Elia Hovasapian, di Modugno; Domenico Caruso, avvocato civilista di 46 anni, residente a Barletta, che avrebbe offerto consulenza d una società coinvolta nelle indagini; Sabino Antonio Michele Decorato, imprenditore di Canosa di Puglia, e Luigi Santangelo di Canosa, presidente di alcune società coinvolte nelle indagini e attualmente consigliere dell’Udeur alla Provincia di Bari e al Comune di Canosa.
Per il procuratore della Repubblica di Bari, Emilio Marzano, quella che è emersa dalle indagini «è una vicenda sconcertante che non ha portato né all'assunzione né all’impiego di disabili».
Secondo l’accusa, dal 2001 gli indagati hanno fatto in modo che non divenisse pubblica la possibilità di poter stipulare con la Regione convenzioni per ottenere benefici economici per l’assunzione dei disabili. Quindi - sempre secondo le indagini - hanno permesso che i finanziamenti andassero a società riconducibili agli arrestati o in cui gli stessi avevano figli o parenti. Una volta ottenuti i finanziamenti, le aziende, alcune delle quali costituite ad hoc, con il meccanismo delle false fatturazioni avrebbero dirottato i fondi statali sul patrimonio personale degli arrestati o di persone a loro vicine.
Gli invalidi (che in una telefonata tra gli arrestati sono definiti dei «fessi») venivano in buona sostanza «utilizzati» per ottenere i soldi. I loro nomi servivano solo per la documentazione da allegare ai progetti che la Regione Puglia finanziava con cinque milioni di euro di fondi statali per il loro inserimento sul mercato del lavoro. Fondi con i quali - secondo l’accusa - avrebbero potuto essere assunte diverse centinaia di disabili, ma che in realtà sarebbero finiti quasi tutti nelle tasche dei membri dell’organizzazione, che li hanno utilizzati per acquistare automobili, case, capannoni, tv al plasma e anche una camera da letto.
Le indagini hanno accertato anche che i finanziamenti (una volta raggirati i disabili membri della commissione regionale per il fondo) non sono andati solo a cooperative aventi finalità sociale, ma anche a un’ebanisteria, a una tipografia e a una società dedita all’estrazione di principi medicinali dalle erbe.
Inutile dire che in nessuna azienda erano e sono occupati invalidi. Fatti questi che hanno indotto il gip che ha ordinato gli arresti, Vito Fanizzi, a definire la personalità degli indagati affetta da «spregiudicatezza, arroganza, ferrea determinazione, mancanza di qualsiasi senso del bene comune».
Una telefonata - secondo il Gip - sintetizza l’«assoluto disprezzo» che alcuni indagati hanno per i disabili, che venivano definiti dei «fessi».