Fondi neri al San Raffaele: caccia ai soldi per i politici

Le sorti dell’inchiesta sull’ospedale San Raffaele si giocano in buona parte questa mattina, nel faccia a faccia tra i magistrati e il primo (e finora unico) arrestato della vicenda: Piero Daccò, imprenditore bruscamente promosso dalle cronache al rango di «faccendiere», destinatario secondo la Procura di parte considerevole dei contanti che venivano fatti sparire dalle casseforti della fondazione. A consegnare le buste a Daccò era Mario Cal, vicepresidente del San Raffaele. Che strada prendessero i quattrini da quel momento in poi era noto, verosimilmente, solo a Cal e a Daccò. E poichè Cal si è sparato in testa il 18 luglio, l’unico che può parlare è Piero Daccò.
Ma lo farà, Daccò? Accetterà, dopo due giorni di detenzione nelle celle di Opera, di alzare il velo sugli affari segreti dell’ospedale fondato da don Verzè, e finito oggi al centro di una inchiesta giudiziaria degna di Dan Brown? Il difensore di Daccò, Gian Piero Biancolella, ieri ha passato l’intero pomeriggio a Palazzo di giustizia per fotocopiare gli atti messi a sostegno del fermo scattato martedì sera. E anche da quel che Biancolella avrà trovato in quelle carte dipenderanno le scelte difensive di Daccò.
Per ora, a trapelare sono solo le intercettazioni e gli stralci di verbale contenuti nelle 40 pagine del provvedimento di fermo firmato dai tre pm titolari del caso (Laura Pedio, Luigi Orsi, Gaetano Ruta). E già queste, che degli elementi d’accusa raccolti finora costituiscono solo un assaggio, dicono che la situazione è delicata. I fondi neri prodotti dal San Raffaele utilizzando fatture inesistenti o gonfiate finivano almeno in parte al mondo politico: a dirlo è un imprenditore che nell’ospedale di via Olgettina era di casa, avendovi fatto lavori per molte decine di milioni, Pierino Zammarchi (poi ridotto sul lastrico da un’inchiesta per riciclaggio dimostratasi campata in aria). É il figlio di Zammarchi, Gianluca, a parlare apertamente al telefono di fondi destinati ai politici, raccontando di averlo saputo da Mario Cal. La traccia dei soldi, in realtà, pare si areni in Svizzera egli studi di alcuni commercialisti. Aiuterà Daccò a ricostruire i passaggi successivi?
Sull’imprenditore-faccendiere, accreditato di ottimi rapporti con parte del mondo politico lombardo, suocero dell’assessore regionale Massimo Buscemi, grava da ieri una nuova accusa: ai tre milioni e mezzo di euro che la Procura lo imputava di avere collaborato a sottrarre al San Raffaele in tre distinte operazioni, nelle 40 pagine depositate ieri si aggiungono altri 800mila euro. Si tratterebbe di soldi realizzati attraverso fatture intestate proprio alla ditta di Pierino Zammarchi, e restituiti poi a Cal. Anche di questi Daccò sarà chiamato a dare una qualche spiegazione al giudice preliminare Vincenzo Tutinelli. E qualche domanda potrebbe arrivargli anche sul ruolo del Grande Vecchio di questa indagine, di Luigi Verzè, raggiunto da avviso di garanzia per concorso in bancarotta. Ma su questo fronte i pm non si fanno grandi illusioni.