In fondo al lago 60 cani morti Giallo sul cimitero degli orrori

Se la notizia non avesse contorni tragici, potrebbe suscitare l'invidia dei seguaci di Sherlock Holmes e del suo caro amico, l'ineffabile Dr. Watson. Sessanta cadaveri di cani vengono casualmente trovati sulle sponde del lago di Frezza a Marigliano (Napoli). Cani d'ogni tipo e razza, come si può evidenziare da foto che circolano, dal pastore tedesco al meticcio, dal giovane all'anziano. Molti corpi sono chiusi all'interno di buste nere, di quelle utilizzate per la spazzatura, ma comunemente anche per lo smaltimento di piccoli animali domestici defunti. Sui corpi, a quanto è dato sapere, non ci sarebbero le ferite tipiche dei cani da combattimento. Niente ferite a strappo, di quelle causate dalla dentatura di pitbull, rottweiler dogo e simili, le razze più usate in questa attività illegale, ancora in auge soprattutto nel mezzogiorno d'Italia. D'altronde, come giù rilevato, molte salme (a me la parola carcassa, correlata a cani e gatti, fa schifo) corrispondono a cani meticci che non hanno nulla a che fare con quelli usati nei combattimenti. E allora, che ci fanno 60 cadaveri, in vario stato di decomposizione, in una zona defilata dove si scaricano prodotti dell’edilizia, forse amianto e detriti simili? Perché alcuni mostrano segni di sgozzamento? E perché a quasi tutti è stato tolto il microchip di riconoscimento? Questo è un dato estremamente importante ai fini delle indagini e naturalmente sarà molto rilevante l'esame autoptico che il dipartimento veterinario di Portici si appresta a effettuare su ogni corpo trovato nella fanghiglia del lago.
In attesa di notizie più attendibili, dal punto di vista sanitario, le ipotesi si accavallano. In un lungo comunicato, l'Aidaa di Lorenzo Croce fa tre ipotesi: lo smaltimento illegale da parte di chi deve cremare o sotterrare cani morti a privati o a enti pubblici, la possibilità che si tratti di un rito della camorra che suole mettere alla prova l'affiliato facendogli uccidere un cane mediante sgozzamento o il traffico illegale di cani inviati alla vivisezione, che ricevono microchip «puliti» da cadaveri opportunamente occultati.
Ragionando sui fatti, se dovessi mettermi nei panni di Watson (vista la comunanza medica), la prima ipotesi è quella che regge maggiormente e spiego il motivo. I corpi non hanno tutti lo stesso grado di decomposizione, segno evidente che sono stati portati nel lago in tempi diversi. Questo starebbe dalla parte di una mortalità «normale» di cani appartenenti a privati o a canili, smaltiti poco per volta da chi intasca i soldi della cremazione o del seppellimento, smaltendo poi le spoglie con il semplice viaggetto di un furgone. Gente che sta vicino al lago, perché la nafta costa. Rimane la faccenda del microchip. Io stesso farei fatica a togliere «chirurgicamente» una piastrina di due millimetri collocata in una parte variabile del collo sinistro, a meno di non fare un’amplissima ferita che si noterebbe. Non è così: le ferite ci sono, ma circoscritte. E allora ci vuole uno del mestiere, uno che ha la manualità giusta, ma pagando il giusto, si trova quel che si vuole.
Debole il rito della camorra. Non ci credo, così come la pista del traffico internazionale di cani da avviare alla vivisezione in altri stati. Troppo complicato, troppo costoso. Un cucciolo dell'Est costa sì e no 30 euro e i tavoli dei laboratori di molte nazioni si accontentano di «roba» mediocre: basta costi poco.
Però, io sono solo Watson. Ora attendiamo cosa dice il Capo.