Fondo, la staffetta azzurra scende dal podio dopo cinque Olimpiadi

Gli azzurri chiudono soltanto noni. Checchi cade, Di Centa va in crisi nella 2ª frazione Piller non recupera, è la fine di un ciclo irripetibile

Una fiaba lunga 18 anni. Un sogno che si impantana in una sciolina sbagliata. Fa zoccolo l'Italia della staffetta e inanella una serie di scelte sbagliate per chiudere nona nella staffetta. Sciolina per Valerio Checchi, "pelo" forse per Di Centa che sceglie sci nuovi e ancora sciolina invece che il “pelo”, cioè quel velo di silicone anti grip che ha fatto volare gli altri verso podio e vittoria. Alla prova del nove la staffetta maschile, che nella storia recente dei Giochi ci ha sempre visto protagonisti, dal 1992 ad oggi sempre sul podio, ieri ci ha regalato l'ennesima delusione a forma di nono posto.

A Valerio Checchi è toccata la prima frazione. Per due motivi: squadra che vince non si cambia e gli uomini di Torino 2006, i tre rimasti, non intendevano mollare il loro posto nel poker del riscatto. A Checchi dunque, partito male in queste Olimpiadi, tormentato da problemi muscolari, è rimasto un ottimo motivo per non mancare la staffetta: immolare il risultato personale alla causa del team. Primo frazionista, obiettivo restare a contatto dei migliori, sotto una nevicata che intanto andava infittendosi.

Le prime due frazioni a tecnica classica scorrono sul tracciato più difficile, quel bosco con salite e discese balorde e mozzafiato. Checchi comunque contiene il ritardo a 25’’ e lancia Di Centa che ha l'obiettivo di contenere il francese Vittoz lanciato al comando, ma soprattutto di stare sulle code del ceco Lukas Bauer. «Non ce ne va una giusta - dice Checchi ancora col fiatone - speriamo vada questa perché ce lo meritiamo». E invece non va perché Di Centa perde la scia: da quinto scivola subito in nona posizione, si attacca al gruppetto degli inseguitori. Lui non ci sta a fare la parte del vagone staccato rispetto ad un "Tgv" di potentissimi ma alla fine il suo distacco è di un minuto e 3 secondi, mentre sul filo del traguardo della seconda frazione transitano Olsson, Bauer e Vittoz, ovvero Svezia, Repubblica Ceca e Francia.

Come da programma i giganti tengono botta. Di Centa si fa piccolo piccolo, si dispera e si addossa buona parte delle colpe: «Ho sbagliato io, scegliendo gli sci nuovi, la sciolina e non "il pelo". Ma ho potuto provare la pista solo in basso mentre in alto ci è stata chiusa 15 minuti prima di partire. Su la neve era diversa: se l'avessi provata, avrei capito e scelto altri sci». Di Centa sa di essere il perno di questa staffetta. «Fin da subito - prosegue amaro - il ritmo era al di sopra delle mie possibilità. Ho dato il massimo, ma con i materiali sbagliati. E' dura faticare così per perdere».

Quando Di Centa lancia Pietro Piller Cottrer, l'impresa di non uscire dalla Storia della staffetta appare ormai disperata. Nel'92 la serie delle staffette da medaglia era cominciata con un secondo posto: gli sci ai piedi allora li avevano Marco Albarello, Giuseppe Puliet, Giorgio Vanzetta e Silvio Fauner, l'attuale tecnico azzurro che ebbe la fortuna di replicare altre due volte, con l'oro di Lillehammer davanti alla Norvegia dell'immenso Bjorn Dahelie e ancora con l'argento a Nagano. Anche a Salt Lake l'Italia salì sul secondo gradino del podio, e tre degli olimpionici di Torino già c'erano. A Torino poi, ancora un oro. Abdicare ora fa davvero male e brucia più del fiato corto d'alta quota. Lo sa Piller che si mangia in meno di due chilometri una bella fetta di svantaggio ereditato da Di Centa e con il suo skating, contiene in un minuto e sette secondi il distacco, chiudendo ottavo la sua frazione. «Nel miracolo speravamo tutti - spiega Piller Cottrer - Le condizioni erano simili a Torino, con nebbia e caldo, ma in realtà la neve non era facile per tentare recuperi. Più ci provavo, più sprofondavo». Intanto la Francia di Magnificat cede il passo alla Svezia. Terzi cambiano i cechi. Il terzetto vola, poi la Svezia si stacca con una volata di prepotenza di Markus Hellner che trova anche il tempo di agguantare la bandiera prima di tagliare il traguardo e ritrovare l’oro 22 anni dopo un altra olimpiade canadese, Calgary ’88.
Agli altri restano le briciole. Solo Petter Northug si trascina sulle spalle tutta la Norvegia per non arrivare quarto: lui, leader della coppa del mondo, non può accontentarsi di una medaglia di legno. Aggancia e supera Repubblica Ceca e Francia e chiude secondo.
Al nostro Cristian "Zorro" Zorzi restano incolmabili 2 minuti e 11 secondi di amarezza. Un calcio al traguardo per un nono posto che interrompe la fiaba. La Storia no, va avanti e oggi saranno le signore a provare a ricordare la favola di bronzo di Torino con Arianna Follis, Marianna Longa, Silvia Rupil e Sabina Valbusa.