La forchettata galeotta in memoria di Italo Balbo

Caldo soffocante, a Milano, il 28 giugno 1940. Venerdì. Afa irrespirabile. Specialmente nel pomeriggio. \
Al Biffi Scala, asceso a celebrità nazionale con la canzone delle «gagarelle», il tenore Francesco Merli motivava al basso Tancredi Pasero la sua convinzione che la guerra, alla quale l’Italia partecipava da 18 giorni sparacchiando su una Francia agonizzante, non sarebbe andata più in là di settembre. «Coi tedeschi, caro Tancredi, non c’è niente da fare! Sigfrido si è svegliato!».
Si svegliò, di soprassalto, alla redazione del «Corriere della Sera», in via Solferino, anche Emilio Radius. Il quale si era sciolta la cravatta e s’era disteso su un vecchio sofà per sonnecchiare una mezz’ora. Lo svegliò, scuotendogli energicamente una spalla, Dino Buzzati, che gli mise sotto gli occhi cinque o sei righe di telescrivente, dicendo: «Leggi qua! È arrivata due minuti fa!».
«Stamane alle ore 11 e 10» lesse Radius, strizzando le palpebre «nel cielo di Tobruk, a bordo di un S 61, centrato per errore dalla contraerea installata sull’incrociatore “San Giorgio”, ha perso la vita Sua Eccellenza Italo Balbo, Governatore della Libia». \
«Accidenti! Siamo appena entrati in guerra e la nostra contraerea abbatte il creatore della nostra aviazione! Un colpo duro per Mussolini, per quanto fra i due non corresse buon sangue!».
«Già! L'aveva mandato a Tripoli per allontanare un concorrente. Qualche anno fa, Malaparte mi disse che Mussolini aveva cominciato a trovare scomodo Balbo già nel ’31, dopo il grande successo della transvolata sull’Atlantico meridionale». \
Radius s’era riannodata la cravatta e ascoltava Buzzati, con espressione pensosa, aprendo e chiudendo, con gesto automatico, un cassetto della sua scrivania. Poi, come fra sé, mormorò: «È un errore talmente grosso, che potrebbe anche non essere un errore...».
«Ci ho pensato subito anch’io!» fece Buzzati. «E anche la faccenda del volo di ricognizione sul confine egiziano, in compagnia dei fidi consiglieri, per ora anonimi, mi sembra piuttosto strana! Mah! Forse lo sa Pirandello com’è andata! Lui di falsi errori e di falsità vere se ne intende!».
«Pirandello!» esclamò Radius, dandosi una manata sulla fronte. «Teatro! Come mai non ci abbiamo ancora pensato! Eppure, era la prima cosa che doveva venirci in mente!».
«Ossia? Di che si tratta?».
«E me lo chiedi? Simoni, Dino, Simoni!».
«Porcaeva! Devo avere un buco nel cervello! Certo! Simoni! Chi ha il coraggio di andare giù a dargli la notizia ? Te lo immagini cosa succede? Tu... te la senti?».
«Beh! Sì... Se vieni giù con me. Però, bisogna dargli la notizia con molta cautela. Col cuore in disordine che ha, potrebbe venirgli anche un colpo!».
«Speriamo di no! Allora gli parli tu?».
«Magari una parola io, una tu. Andiamo!».
Renato Simoni, l’illustre critico teatrale del «Corriere», aveva 65 anni. L’Italia, per lui, non era una penisola, ma un arcipelago di palcoscenici. E gli unici italiani da prendere in considerazione erano gli autori teatrali e gli attori. Il Maestro (così era chiamato nell’austera redazione di via Solferino) soffriva di parecchi acciacchi. Fra i quali primeggiavano certe intermittenti fibrillazioni cardiache, un enfisema piuttosto grave e i reumatismi che, durante l’inverno, gli attanagliavano dolorosamente le ginocchia. Proprio in considerazione di quegli inconvenienti, l’amministrazione del quotidiano, su proposta del direttore Aldo Borelli, s’era decisa a trasformare in uno studio riservato esclusivamente a Simoni, una grande stanza a pianterreno, che in precedenza era servita da magazzino per la cancelleria e da archivio per la corrispondenza che andava conservata almeno per un certo tempo. \
Se diversi erano i malanni da cui era afflitto il giudice maggiormente temuto dai commediografi e dagli attori italiani, nessun disturbo gli toglieva l’appetito o gli rendeva difficile la digestione. \ Quanto ai pranzi, glieli portava al giornale, sempre puntualmente alle 14, un fattorino del famoso ristorante «Giannino» di via Antonio Sciesa, a Porta Vittoria, considerato il migliore di Milano. E il Maestro aveva fissato per ogni giorno della settimana un menu che si ripeteva inalterato. Il venerdì, consisteva in un piatto di zite al gratin, in una trancia di cernia o di pesce spada, con contorno d’insalata rossa tagliata a striscioline molto sottili, condita con pochissimo olio e due gocce d’aceto balsamico di Modena, un crème caramel e una pera spadona.
Quanto alla politica, si può dire che esulasse quasi completamente dagli interessi del Maestro. \
E nessuno dei gerarchi fascisti gli era sembrato personaggio di rilievo e neppure particolarmente simpatico, fino al 1931. Quando Italo Balbo, alla testa della famosa Transvolata Atlantica, aveva assunto, improvvisamente, ai suoi occhi, uno splendore mitico. \ Ma la sua ammirazione per il transvolatore ferrarese s’era trasformata, addirittura, in una specie di culto, una sera d’autunno del 1935.
Al «Filodrammatici» di Milano la compagnia di Renzo Ricci e Laura Adani dava un attesissimo Amleto. Alla fine dell’applauditissimo spettacolo, Simoni si recò nel camerino dell’attrice modenese che aveva interpretato egregiamente Ofelia. E nel camerino, dove l’Adani si stava struccando, seduto in un angolo, in smoking, trovò lui! Italo. Il novello Bellerofonte. L’emozione fu grandissima fin dalle presentazioni. \
Quando quel 28 giugno 1940, Emilio Radius e Dino Buzzati, discesi dal primo piano, giunsero alla porta dell’ufficio riservato a Simoni, la trovarono aperta. Perché, essendo passate da pochi minuti le 14, il ragazzo del ristorante «Giannino» era già arrivato col pranzo. \
In quel momento il Maestro si avvide che Radius e Buzzati stavano sulla porta, mezzi dentro e mezzi fuori. \
E solo allora Simoni notò che Buzzati stringeva nella destra un pezzo di carta e che sia lui che il collega lo guardavano con espressione preoccupata. \
Non parlarono. Buzzati si limitò a porgere al Maestro il messaggio ricevuto dalla telescrivente. Il famoso critico stentò un po’ a rintracciare gli occhiali nel guazzabuglio della scrivania e quando li ebbe trovati, accostandosi alla finestra per avere più luce, cominciò a leggere sottovoce: «Stamane alle ore 11 e 10 nel cielo di Tobruk...».
Il seguito lo compitò, senza suono, solo col moto delle labbra. Giunto alla fine del luttuoso messaggio, restò un mezzo minuto assolutamente immobile, come pietrificato, quindi emise un lungo lamento a bocca chiusa, una specie di sordo uggiolio canino, appallottolò il pezzo di carta, lo lanciò lontano, con gesto improvvisamente energico, con una specie di piroetta tornò dietro la scrivania, si lasciò cadere nella poltroncina e diede inizio a una lamentazione piena di riferimenti mitologici e densa di dolore:
«Il mio grande Italo non è più! Bellerofonte è caduto nel cielo africano! Pegaso, il suo fido Pegaso, stavolta ha ripiegato le stupende, candide ali, prima che la Chimera fosse sconfitta! Icaro ha osato troppo! Si è avvicinato troppo al sole! È caduto! Il cielo di Omero è vuoto! L’infida Chimera ha vinto!». \
I due giornalisti, ammutoliti da quella disperazione che superava la dolorosa reazione alla quale s’erano preparati, uscirono dalla stanza in punta di piedi. Si chiusero dietro la porta, dalla quale esalavano ancora i lamenti del Maestro e restarono, lì, nel corridoio, a guardarsi con espressione profondamente turbata. \
Poi sostarono un momento, in silenzio, a riflettere. E in quel silenzio, avvertirono che dalla porta chiusa, al posto delle dolenti lamentazioni, veniva un pacato rumore di stoviglie rimosse, di posate tintinnanti, d’urto di vetri, d’una sedia scostata e riaccostata... Si guardarono con occhi un po’ meno malinconici, si scambiarono alcuni cenni interrogativi, gli sguardi divennero addirittura maliziosi e alla fine, mentre dall’ufficio del Maestro continuava ad uscire il tranquillo acciottolio, Radius rivolse a Buzzati un gesto che significava «guardiamo?» e Buzzati fece di sì. Si avvicinarono alla porta a passi felpati e, dopo un istante di esitazione, Radius l’aprì di colpo.
Apparve ai due giornalisti il Maestro... Dalla forchetta, stretta energicamente a mezz’aria, pendevano alcune zite al gratin. Guardò sorpreso i due che dalla soglia lo fissavano impassibili, poi, con una leggera alzata di spalle, disse soltanto una parola: «Tentavo!».
(2. continua)