Forestali con indennità di montagna? Al mare

ATENEI Consulenze esterne affidate ai professori interni alla stessa università

Ad altre latitudini, in altri banali e prevedibili mondi che non siano questo meraviglioso e un po’ folle Paese chiamato Italia, lo stupefacente dono dell’ubiquità potrebbe costituire al massimo l’inizio di una carriera circense. Roba da Barnum - quando proprio va bene - o anche soltanto da provincialissimo «Venghino, venghino siore e siori», accanto alla tenda della Donna Cannone e con contorno di «bibiteee e bruscoliniii». Perché si scopre che da noi, quella miracolosa capacità di trovarsi al tempo stesso in posti diversi, quasi un sogno da film fantascientifico, rappresenta invece motivo di merito professionale. Codificato e concreto. Retribuito infatti con una specifica indennità riconosciuta in busta paga alla fine di ogni mese.
È quello che succede a numerosi dipendenti del Corpo forestale nazionale o, per essere più precisi, a «tutti coloro che svolgono servizio presso alcuni Comandi Stazione ubicati lungo la costa, al livello del mare, il cui territorio è solo in minima parte montano». Le virgolette sono d’obbligo perché la sbalorditiva spiegazione l’abbiamo ripresa paro paro dal Rapporto 2008 sugli sprechi della spesa pubblica stilato dagli ispettori della Ragioneria generale dello Stato. L’indennità - insieme ad altre italiche bizzarrie elencate nel dossier - sarebbe infatti prevista a favore del «personale preposto all’attività di controllo del territorio in zone montane site al di sopra dei 700 metri», là dove le virgolette fanno in questo caso riferimento all'articolo 12, comma 4, del Decreto del Presidente della Repubblica 18 giugno 2002, n° 164. Sta di fatto, invece, che detta indennità venga concessa ai forestali a prescindere se respirino fresca aria d'alta quota o se sguazzino con i piedi in acqua. Basta infatti che nella loro zona d’azione ci sia almeno un comune oltre i 700 metri.
Di miracoli così, da tenere ben nascosti al ministro Renato Brunetta, quantomeno in rispetto alla sua bile e alle sue coronarie, è del resto fitto il rapporto dei super ragionieri dello Stato. Sfogliandolo, e cogliendo fior da fiore, si può per esempio scoprire che nelle sedi periferiche dei principali enti previdenziali (Inps, Inpdap, Inail, Ipsema) «gli accordi decentrati fissano l’articolazione dell’orario di servizio dalle 7,30 alle 19,30, mentre l’orario di lavoro di tutto il personale è fissato dalle 7,30 alle 14,42». Là dove con il primo - «orario di servizio» - si intende per legge il periodo di tempo giornaliero necessario per assicurare l'ottimale funzionamento delle strutture, mentre con il secondo - «orario di lavoro» - si indica il tempo effettivo dedicato dal dipendente alla prestazione lavorativa. Con la doverosa precisazione che in base al contratto nazionale il secondo andrebbe inteso come funzionale al primo e quindi all'apertura al pubblico. Questo «evidente squilibrio» tra i due diversi orari, rilevano gli ispettori, «comporta il necessario ricorso alle turnazioni e al lavoro straordinario per la copertura dei servizi nelle ore pomeridiane». Detto altrimenti, altri soldi spillati al solito imprecante Pantalone.
Nel Rapporto della Ragioneria ce n’è ovviamente anche per la Sanità, settore ahimè malato, dove oltre a «numerose illegittime proroghe» rilevate in materia di appalti per lavori, servizi e forniture, sembra essersi ormai consolidato il malvezzo di assegnare incarichi di consulenza senza che siano state attivate le doverose «procedure comparative e di selezione». Magagne quindi molto simili a quelle emerse spulciando invece le carte amministrative degli Uffici giudiziari, proprio quelli incaricati di fare rispettare (a noi) la Legge. È stata posta «particolare attenzione - si legge nel rapporto - agli incarichi di consulenza conferiti agli ausiliari dei giudici». Ne sono scaturite, come prassi diffuse, «l’applicazione del diritto di vacazione (supplemento di compenso in ragione oraria) anche nelle materie disciplinate dal decreto ministeriale 30 maggio 2002, che prevede invece un onorario a percentuale». O, ancora, rimborsi spese per lavori affidati a collaboratori pur se in mancanza di preventiva autorizzazione. Per non dire delle «maggiorazioni non dovute dell’onorario per patrocinio gratuito», quindi in palese «violazione» di un decreto presidenziale.
Ovvio quindi che non potessero sfuggire, agli occhiuti ispettori della Ragioneria di Stato, i malvezzi di quella che può essere definita una delle madri, se non proprio La Madre, di tutte le «disinvolture» amministrative. Parliamo dell’Università, notoria Caienna dei precari senza sangue blu accademico e altresì Cornucopia per i baroni e le loro rispettive e folte famiglie. Nei luoghi dove si dovrebbe formare la classe dirigente del futuro, i super ragionieri hanno annotato che «in quasi tutte le verifiche effettuate» è emerso il fenomeno degli incarichi professionali, di progettazione e di direzione lavori affidati dagli Atenei «a propri docenti sia a tempo pieno sia a tempo definito (dipende tutto da «quel» sangue blu, ndr), remunerati alla stregua di incarichi attribuiti a soggetti esterni all’Università». Quindi, di fatto, con tariffe professionali che sono di gran lunga superiori agli emolumenti che sarebbero previsti per il personale interno.
E Pantalone, sentitamente, ritorna a imprecare.