Tra Forlanini e Ponte Lambro I volti dimenticati di Milano

Il percorso della linea automobilistica 45 ha inizio in una delle vie più piacevoli di Milano, Via Cadore, che dà il meglio di sé soprattutto presso l'incrocio con Via Spartaco dove abbondano i locali trendy, gli studi di artisti e un'atmosfera sempre frizzante. Un pezzo, insomma, della Milano come tutti vorremmo che fosse.
Il nostro viaggio però ci condurrà ad altri lidi, altri paesaggi e altri pensieri. La 45 fa parte delle linee preziose per la conoscenza diretta della città perché il suo percorso non si limita agli assi principali, di grande percorrenza, che solitamente segnano i margini tra zona e zona, quartiere e quartiere, ma penetra nel cuore di quartieri noti solo a chi li abita, zone ignote alla quasi totalità dei milanesi eppure significative per la comprensione di alcuni aspetti della città.
Dopo un anonimo tratto lungo Corso XXII Marzo e Viale Corsica, appena passati i cosiddetti "Tre Ponti" il bus abbandona questo asse, che porta all'aerostazione di Linate per piegare poi verso Segrate, per penetrare nel labirinto del Quartiere Forlanini.
Disteso su un'area molto vasta, il Forlanini sorse negli anni Sessanta: ad alcuni edifici preesistenti si aggiunsero decine di palazzine di piccole dimensioni, perlopiù sui tre piani, circondate da molto verde. Gli edifici non spiccano per bellezza, è edilizia popolare, ma la cura dei progettisti di offrire ai futuri abitatori un ambiente a misura d'uomo è evidente. Il Forlanini ci racconta di un'epoca in cui il tema della "casa" era profondamente avvertito anche senza il ricorso ai paroloni odierni (social housing ecc.). Anche la cura del verde non può non essere affidata, almeno in parte, alla responsabilità di chi ci vive.
Detto questo, non si possono tacere le magagne, almeno quelle evidenti a un primo sguardo. Il quartiere prevedeva, ovviamente, un centro, con una zona commerciale e una chiesa parrocchiale (S. Nicolao della Flue), ma qui il tempo sembra essersi fermato agli anni Sessanta, se si esclude il grande ipermercato Esselunga di Piazza Ovidio (che però si trova lontana da molti punti del quartiere).
Inoltre, sarebbe necessario incrementare la comunicazione. La 45 passa raramente ed è il solo mezzo che percorra il quartiere, e in certi punti - anche perché abbonda la popolazione anziana - la mancanza di un'alternativa è evidente. Si percepisce con chiarezza, qui, uno iato di tempo, un vuoto di storia, nel quale chi si occupava a vario titolo di governo del territorio ha smesso di pensare ai cittadini, alla possibilità di offrire loro una vita dignitosa.
Per fortuna il quartiere, dove oggi vivono molti stranieri, mantiene un nucleo sociale abbastanza forte, legato alle sue origini. I progetti originari di questi quartieri prevedevano infatti che gli inquilini potessero, grazie ad alcune speciali agevolazioni, diventare i proprietari delle loro case. Bene, qui si respira ancora l'aria di una "casa mia" conquistata, di un bene da proteggere. In un mercatino settimanale assisto più volte alla stessa scena: uno straniero che porta le borse della spesa a una persona anziana. E' l'integrazione fai-da-te, il solo modello che funzioni veramente in mezzo a tante chiacchiere.
Mi sembra di capire che le città, nel tempo, non stanno ferme, e tendono a rarefarsi, ad allontanare una dall'altra le parti che le compongono se cittadini e amministratori (il lavoro è comune) non provvedono a riavvicinare, a serrare, a creare legami. A Milano sono in molti a occuparsi in modo egregio di alcune fasce della popolazione (immigrati, nuova povertà, anziani, homeless) ma quello che occorre è una crescita culturale che aiuti la città a percepire il problema particolare come un problema di tutti.
Non possiamo dimenticare, noi milanesi, che ci portiamo addosso uno iato di diversi decenni nei quali l'uomo e la sua vita concreta non si sono trovati esattamente al centro delle preoccupazioni di chi si occupava di governo cittadino. E con questo iato ci troviamo a fare i conti, pur con le migliori intenzioni.
Ho speso molte parole sul quartiere Forlanini perché su viale Ungheria (di cui ci occuperemo in un articolo a parte) e Ponte Lambro i discorsi possono essere meglio definiti.
Percorrere a piedi Ponte Lambro significa ascoltare il racconto di un crimine. Chi amministrava la città non solo non si occupò minimamente della qualità della vita della gente, ma si adoperò con zelo a peggiorarla quanto più poteva.
La via principale di Ponte Lambro, vecchio borgo di lavandai, è Via degli Umiliati, che si sviluppa in prossimità del fiume. Il nome della via fa riferimento a un insediamento religioso del quale oggi non resta più nulla. La via è composta da piccole case d'abitazione, modeste ma dignitose, quelle case nelle quali ciascuno di noi vedrebbe volentieri ambientata una parte del film della propria vita: casa natale, casa dei genitori, dei nonni...
Via degli Umiliati si unisce a quella che un tempo era via Romualdo Bonfadini, ultima parte di una lunghissima direttrice che da dietro il Duomo conduceva fino al comune di Linate. Prima che la costruzione della Tangenziale Est, unitamente alla dismissione della Via Bonfadini, tagliasse fuori Ponte Lambro dal collegamento diretto con la città.
Suppergiù negli stessi anni, inoltre, Ponte Lambro fu raddoppiata con alcuni enormi edifici popolari Aler, che vennero popolati da molte persone indesiderabili e trasformarono Ponte Lambro in un inferno. Oggi il peggio è passato, il borgo è abitato da molti immigrati e gli edifici Aler sono stati ristrutturati - tranne la parte di proprietà del Comune, che mantiene l'aspetto sinistro di un tempo.
Anche qui, in modo infinitamente più drammatico, tocchiamo con mano le conseguenze di quel tempo vuoto, di quei decenni senza contenuto umano, che hanno creato nella storia della nostra città una voragine che ben difficilmente la buona volontà di oggi riuscirà a colmare.
Se negli anni Sessanta una via dritta conduceva da Ponte Lambro fino al centro di Milano, oggi bisogna prendere la 45 e giungere fino al metrò di San Donato, una specie di suq en plein air, tutto bancarelle e musica maghrebina, che è l'immagine della precarietà e della mancanza di radici che caratterizza questa fase della nostra storia.
In mezzo, come sempre, tanti condomini: nuovi, ben fatti, con tanto verde, vialetti e panchine per le persone anziane, che infatti si vedono di tanto in tanto passeggiare, sedere, rialzarsi, camminare un po', risedersi al pallido sole di febbraio.
Come se gli anziani avessero bisogno solo di panchine e di vialetti.