Forman: «Parlo di Inquisizione ma penso a Hitler e a Stalin»

Visita sul set del dramma storico sul pittore spagnolo con Stellan Skarsgard e Javier Bardom

Cinzia Romani

da Madrid

Il Goya nero della Quinta del Sordo, quel magnifico pittore che fu il primo, tra i moderni, a illustrare la violenza della dittatura politica, è tornato a Madrid con i suoi pezzenti, gli oppressi, i dementi, proprio mentre il premier Zapatero condanna «il grave errore dell’Irak». A evocare I fantasmi di Goya, ovvero i sofferenti prima sotto la monarchia cattolica di Spagna, poi sotto il torchio della Santa Inquisizione, è il geniale figlio di papà e mamma Forman, coniugi protestanti di Caslav, in Cecoslovacchia, volati su per il camino nel periodo nazista. «I miei non erano neanche ebrei, ma furono arrestati lo stesso dalla Gestapo, perché nazionalisti», dice il regista Milos Forman, 67 anni portati con baldanza (maglietta arancione su jeans di colore indefinito) intanto che promuove il suo dramma storico Goya’s Ghosts denso filmone appoggiato dal Gotha iberico, Reali di Spagna in testa. «Per mio padre ci fu persino il Tribunale di Praga, ma noi figli non fummo mai ammessi al processo», spiega l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975), Hair (1979), Amadeus (1984), per citare qualcuno dei suoi titoli più noti. «E fu proprio quell’impressione di legalità, già allora, a farmi riflettere». Già, da oltre cinquant’anni Milos Forman cova questa storia, che sembra un biopic del pittore dei «Desastres de la guerra», artista della pena al quale Robert Hughes dedicò una biografia monumentale, ma è, di fatto, un j’accuse nei confronti di ogni dittatura.
Interpretato con impeccabile professionalità dal canario Javier Bardem (già apprezzato in Mare dentro di Amenabar), qui un incisivo frate Lorenzo, prima inquisitore e poi ministro di Napoleone; dalla star hollywoodiana Nathalie Portman, nel doppio ruolo di madre pazza e figlia puttana e dallo svedese Stellan Skarsgard, che presta il suo viso di gomma al protagonista, un Francisco Goya dolente e umanissimo, sordo nello stesso momento in cui, incalzando Napoleone, un altro grande, Beethoven, perdeva l’udito. Goya’s Ghosts (dal 19 gennaio sui nostri schermi distribuito da Medusa) gode della sceneggiatura di Jean-Claude Carriere qui alla terza collaborazione con Forman (dopo Taking off e Valmont) e della fotografia sapientemente scurita dello spagnolo Javier Aguirresarobe. I costumi ricercati di Patrizia von Brandenstein, già collaboratrice di Forman in Amadeus fanno il resto, tra velluti arabescati e mantelle ricamate. Il produttore è Saul Zaentz, storico collaboratore di Forman.
Caro Forman, parte da Goya, ma la vita del pittore è pretesto per raccontare altro. Che cosa?
«Avevo bisogno di una storia e di un personaggio forti, per supportare la mia concezione di oppressione, così come l’ho subita quand’ero studente nella Cecoslovacchia comunista. Volevo creare un parallelismo tra la Santa Inquisizione e la società sovietica. Così, nel marzo 2003, visitando il Prado col produttore Zaentz, fui colpito dalle tele di Goya. Il potere di quelle immagini, che ritraevano ora l’opulenza della famiglia reale, ora i disastri della guerra, mi diede l’ispirazione».
Nel suo film l’inquisitore firma sotto tortura una dichiarazione falsa. Nel mondo contemporaneo vede affacciarsi gli stessi fantasmi di Goya?
«Se penso ai miei genitori, buttati in tribunale, mentre noi tre figli li aspettavamo a casa, dove non fecero mai ritorno, e penso al tribunale di frate Lorenzo, con la giovane Ines che non fa più ritorno a casa dal padre, perché è trattenuta dall’Inquisizione credo si possa dire che l’Inquisizione in realtà non sia mai finita... Hitler, Stalin, Saddam... Anche la democrazia può essere pericolosa, quando uccide in suo nome».
Nel suo film Napoleone invece di liberare la Spagna, la opprime ancor più...
«Purtroppo la storia non insegna nulla agli uomini. Io ho vissuto in democrazia, col nazismo, poi sotto il comunismo e infine ancora in democrazia. Mi sono ricordato di quando i sovietici portarono la “libertà” in Cecoslovacchia».
Se la storia non ci insegna nulla, dobbiamo disperare?
«Il mio film finisce in modo ottimista, con una donna che ha ciò che vuole: un figlio, anche se non è il suo, e un uomo da amare, anche se è morto».