Formigoni in Centroamerica strappa tre sì per l’«Expo»

Nicaragua, El Salvador e Costarica danno il loro appoggio alla candidatura di Milano. Il governatore: «Costruiamo una torre simbolo della manifestazione»

nostro inviato a Managua

C’è anche il Fronte sandinista tra i tifosi di Milano nella corsa per l’Expo 2015 e l’alleanza tra il chavista Nicaragua e la Regione non potrebbe essere più trasversale. Il sì del presidente Daniel Ortega, tornato alla guida del Paese molti anni dopo i sanguinosi anni Ottanta, arriva forte e chiaro, mentre gli occhi e le telecamere indugiano sui colori roventi dei murales e la sede del partito di governo sembra la stanza dei giochi per bimbi solo un po’ cresciuti. «Milano può contare sul pieno appoggio alla candidatura per l’Expo 2015» dice Ortega. Un sostegno confermato anche da Salvador e Costarica, gli altri due Paesi visitati da Roberto Formigoni durante la missione nel segno di Leonardo da Vinci e dell’Expo. A San Salvador il presidente della Repubblica, Elias Antonio Saca, ha assicurato il sostegno del Paese con una nota scritta, a San José il vicepresidente del Costarica, Kevin Casas Zamora, ha detto che guarda alla candidatura di Milano «con occhi molto favorevoli».
Tre sì importanti per la decisione finale che sarà presa dal Comitato per l’Expo nel marzo del 2008. Il pallottoliere dell’Esposizione universale conta novantotto Paesi, per battere la turca Smirne all’ultima conta servono cinquanta voti su novantotto ed è uno dei pochi casi, forse l’unico, in cui le azioni si contano e non si pesano e l’opinione degli Stati Uniti o della Cina vale quanto quella del Paese più piccolo o meno ricco. Le vie dell’Expo sono infinite e Ortega fa la mappa del suo sì, che parte dal sostegno di Giulio Andreotti e Bettino Craxi ai sandinisti («I vincoli tra Italia e Nicaragua sono molto profondi» ricorda il presidente) e arrivano alla speranza che l’Italia assuma «un ruolo forte nella lotta alla povertà e alla fame». È il tema dell’Expo, «Nutrire il pianeta», che nel Centroamerica meno avanzato ha un suono ancora più forte che altrove e la speranza è che l’eco raggiunga anche i Paesi intorno, inclusi Venezuela e Brasile e gli altri con i quali i rapporti sono intensi.
Insomma, Formigoni torna a casa dal Centroamerica con buone notizie per Letizia Moratti, il sindaco presidente del comitato di candidatura. E sfoggia un entusiasmo nuovo, anche dal punto di vista architettonico: «Abbiamo tutti i numeri per farcela e credo sia necessario dare un segnale urbanistico e costruire un nuovo edificio simbolo dell’Expo, per esempio una torre». L’adesione è ampia: «Il progetto originario è del Comune, ma è un gioco di squadra nel quale anche noi siamo molto impegnati e mettiamo la faccia». Il governatore si prepara a caldeggiare la causa milanese anche in Vietnam e nella penisola indocinese e a rafforzare l’impegno della Russia. Sarà una partita in team anche per quel che riguarda i fondi. Il budget per la promozione della candidatura è di 6 milioni di euro: se la metà li ha messi lo Stato, un milione è arrivato dal Pirellone a integrare gli stanziamenti di Comune, Provincia e Fiera.
La sfida a Smirne non è semplice, per ragioni geopolitiche che vanno al di là del confronto sulle infrastrutture o la difficoltà (la voglia) di gestire un flusso di visitatori stimato intorno ai trenta milioni di persone. Formigoni non nasconde le incognite: «Non bisogna mai dare nulla per scontato e non è solo una misura prudenziale. Su moltissime manifestazioni si sono rotte alleanze e poi c’è il problema dell’adesione della Turchia all’Ue».
I tre Paesi del Centroamerica confidano in un ruolo attivo nell’Expo. «Abbiamo chiesto loro di coinvolgersi nell’organizzazione» racconta Formigoni. Un’offerta interessante per luoghi che puntano sul turismo (non solo) e vedono in Milano una grande vetrina affacciata sull’Europa.