Formigoni: «Ho scelto il Senato perché è rock»

«Se sarò eletto sceglierò tra Roma e il Pirellone pensando al bene dei lombardi»

Marcello Chirico

Nega, com’è logico che sia. Perché al momento Roberto Formigoni, da politico sgamato qual è, non può far altro, non può che dire così: «Niente affatto, è un’ipotesi mai presa in considerazione». Quale? Quella che lui, dopo i 90 giorni concessigli dai termini di legge, si dimetta da senatore e torni a ricoprire a tempo pieno l’attuale ruolo di governatore della Lombardia. Come, secondo le indiscrezioni filtrate da Roma, lui stesso avrebbe concordato col premier Silvio Berlusconi per poter ottenere il via libera alla propria candidatura nelle liste di Forza Italia. Condizione che avrebbe contemporaneamente permesso alla Lega di togliere i propri ceppi all’iscrizione nelle liste azzurre del governatore e dissipare così i timori per un possibile ritorno al voto in Lombardia nel caso Formigoni optasse per la permanenza a Palazzo Madama. E siccome i lùmbard non si fidano più come una volta di Formigoni (sentimento assolutamente condiviso pure dall’interesssato, ndr), vorrebbero addirittura che la clausola sine qua non per il via libera al presidente lombardo venisse messa per iscritto. L’atto notarile non è stato ancora eseguito, ma nelle prossime ore i padani torneranno a spingere in questo senso, anche se il governatore potrebbe tornare a invitare il Carroccio a farsi gli affari propri.
Per adesso esisterebbe un gentleman agreement tra Formigoni e Berlusconi, volutamente segreto proprio per non depotenziare la candidatura formigoniana. E che i due stiano già mantenendo vicendevolmente la parola data lo dimostra il gioco delle parti di ieri. «Non posso dire nulla al riguardo» è stato il laconico commento del premier, «niente affatto» la dichiarazione del diretto interessato. Che ha pure aggiunto. «Se sarò candidato e poi eletto avrò 60-90 giorni di tempo per decidere quale opzione esercitare tra presidente della Regione Lombardia e senatore, e compirò la scelta avendo un solo metro di giudizio: sceglierò quello che sarà più utile per costruire il bene comune dei cittadini lombardi e promuovere la crescita, lo sviluppo, il progresso autentico della mia regione. Lo valuterò coi miei stessi elettori».
Quindi, scaramanzia a parte («se sarò candidato»), Formigoni ha anche spiegato perché ha scelto il Senato anziché la richiestissima Camera: «Per due motivi: perchè Fi aveva bisogno di un capolista forte e autorevole per Palazzo Madama, visto che in tutte le circoscrizioni della Camera c’è Berlusconi. Eppoi perché nella prossima legislatura il Senato sarà rock e la Camera lenta. Con la nuova legge elettorale a Montecitorio non ci sarà partita tra maggioranza e opposizione, mentre a Palazzo Madama chi vincerà avrà un vantaggio molto più risicato o addirittura ci sarà il pareggio. Quindi, il ramo del Parlamento più interessante sarà il Senato, perché la battaglia politica vera sarà lì».
Resta nel frattempo ancora aperta l’altra richiesta formigoniana (questione «distinta e non scambiabile» con la precedente), ovvero quella di poter disporre di un personale «pacchetto» di fedelissimi da mettere in pista il 9 aprile, come promessogli dal premier un anno fa quale contropartita alla rinuncia di una propria lista personalizzata alle Regionali. Originariamente il plotoncino formigoniano era di 20 uomini, poi ridottosi a dieci e ora assottigliatosi a pochi nomi. Formigoni spinge per un poker di persone, «uomini politici protagonisti in questi ultimi anni in Lombardia e altrove, che hanno maturato esperienze amministrative e politiche di elevato livello», un gruppo di cui fanno parte gli assessori regionali Maurizio Bernardo, Alberto Guglielmo e Alessandro Moneta, quello comunale Aldo Brandirali e un dirigente emiliano della Compagnia delle Opere che risponde al nome di Forlani. Alla fine, però, Berlusconi potrebbe concedergli solo un paio di nomi (Bernardo e Guglielmo i più papabili), considerando che lo stesso premier ieri ha annunciato che «le liste di Forza Italia sono chiuse al 98 per cento». Formigoni conta ancora su quel 2 per cento rimanente. La decisione definitiva oggi ad Arcore.