Formigoni tratta sui fedelissimi

Marcello Chirico

da Milano

Ha battuto i pugni sul tavolo pur di essere candidato alle prossime Politiche ed è stato accontentato: ieri Roberto Formigoni ha firmato la candidatura al Senato nella sede di Forza Italia a Milano. Voleva essere accompagnato in questa sua avventura romana da un manipolo di fedelissimi, ma per ora gli sono stati concessi al massimo alcuni scudieri (forse per circoscriverne i futuri movimenti).
Ieri sera il governatore lombardo poteva ritenersi moderatamente soddisfatto, sapendo bene che se in politica riesci a portare a casa anche solo la metà di ciò a cui aspiri hai ottenuto comunque un buon risultato. E Formigoni, in questa ennesima partita col proprio presidente, desiderava una cosa più di ogni altra: ottenere il «visto» per volare a Roma e tornare a contare nella fabbrica della politica nazionale. Non si è annoiato di fare il governatore, tutt’altro, ma «partecipare» di persona ai giochi prossimo-venturi del centrodestra lo ritiene imprescindibile. Che la Cdl vinca o perda le prossime elezioni.
Cosa combinerà dunque Formigoni a Palazzo Madama e, per estensione, nell’ombelico della politica nazionale in quei 90 giorni che le leggi della Repubblica gli mettono a disposizione prima di rientrare alla base? Tornerà davvero in Regione come ha promesso a Berlusconi - col premier esisterebbe infatti un patto non scritto - e come soprattutto ha preteso la Lega? «Non c’è nessuna dimissione preventiva, non ho assunto alcun impegno» va ripetendo Formigoni. «Agirò nel bene comune dei lombardi - ha aggiunto - che in Parlamento potrò difendere in maniera ancora più efficace. Per esempio combattendo per il federalismo fiscale». Uno dei cavalli di battaglia della Lega («ma il mio - ha precisato - non è un segnale per nessuno»), che ancora ieri con Calderoli e Castelli ha ribadito la propria posizione riguardo la candidatura del governatore: «Se serve da traino va benissimo - ha detto il primo -, ma contestualmente firma le dimissioni dalla carica alla quale verrebbe eletto, oppure firma le dimissioni da presidente regionale. Altrimenti è una presa in giro dell’elettorato». A «mettersi una mano sul cuore» lo ha invitato poi il ministro, cercando di fargli «capire che la Lombardia ha bisogno di un governo stabile. Creare oggi problemi per un seggio al Senato mi sembra sproporzionato».
Quindi, se la Lega non chiede per sé la poltrona del Pirellone perché ritiene che non esistano le condizioni per tornare alle urne, l’ipotesi ministeriale appare difficile per il governatore. Che però una cosa, in quei tre mesi, la farà sicuramente: parteciperà all’elezione del nuovo Capo dello Stato, prevista immediatamente dopo la composizione delle nuove Camere. Un passaggio fondamentale, perché se l’eletto sarà Berlusconi, Formigoni entrerà automaticamente nel lotto dei pretendenti alla successione. Altra partita che non potrebbe sicuramente combattere dal Pirellone, e quindi ecco perché Roma.
Da dove rientrerà sicuramente se la Cdl uscirà sconfitta dal voto, perché in quel caso preferirà continuare a governare in Lombardia piuttosto che starsene all’opposizione in Parlamento. Però, pure in quel caso, i 90 giorni a disposizione gli permetterebbero di gettare le basi della rifondazione moderata, che inevitabilmente ci sarà e nella quale il governatore vorrà giocare un ruolo primario. Magari da coordinatore nazionale di Forza Italia, come qualcuno ipotizza. A quel punto, arruolare soldati non gli sarebbe difficile. Anche se ancora ieri, riguardo al numero di fedelissimi da portarsi in Parlamento, Formigoni ostentava sicurezza: «Aspettate ancora 24 ore e vedrete».