Formigoni: «Troppi grossisti Devono lasciare via Sarpi»

«Milano non è mai stata razzista, ma bisogna intervenire subito a evitare che si speculi per far saltare fuori il razzismo». Roberto Formigoni non pensa sia in atto un conflitto etnico però invita a non minimizzare: «Gli incidenti sono nati perché un vigile stava comminando una multa, non c’è stato alcuno scontro tra italiani e cinesi. D’altra parte si è creato un vulnus che va risanato». Il presidente della Regione non sottovaluta gli episodi di intolleranza: «Le scritte razziste sono una cosa brutta e il passaggio da una scritta a un sasso può essere breve. C’è qualcuno che vuole inserirsi e bisogna opporsi ai piani di destabilizzazione».
Ha timori per la fiaccolata organizzata dalla Lega?
«Quella della Lega è un’iniziativa pacifica, che era partita come marcia e è diventata un presidio».
Tutte le grandi città hanno una Chinatown. Secondo lei perché la situazione è degenerata a Milano?
«È accaduto a Milano per le particolari condizioni del quartiere e per ragioni puramente occasionali, a causa della presenza eccessiva in piccoli spazi non di cinesi ma di operatori commerciali. C’è concentrazione di popolazione e di attività eccessiva, non in sé ma per le dimensioni del quartiere, che ha creato disagi e causato una reazione da parte degli amministratori. E era giusto che si facessero rispettare le regole infrante».
Come si risolve questa situazione di tensione?
«Trovando spazi più ampi per ricollocare l’attività economica. Depotenziamo la tensione, non c’è nulla di razzista, al contrario si tratta di una tensione che si sarebbe potuta creare con chiunque altro. Un’attività commerciale del genere non può essere svolta nel centro della città».
Vuol dire che i commercianti cinesi devono lasciare via Paolo Sarpi?
«Penso che l’attività commerciale vada trasferita altrove in misura importante e che chi vorrà rimanere dovrà adeguarsi ai ritmi del quartiere, che è residenziale. Chi abita deve avere la possibilità di circolare liberamente e di riposarsi nelle ore notturne, chi svolge attività commerciali deve poter avere spazi adeguati».
Dove potrebbero essere trasferite le attività commerciali?
«Milano e l’hinterland sono grandi e sono certo che il Comune troverà le soluzioni più adeguate. Andranno modificate abitudini consolidate e spostate le iniziative, ma possiamo affrontare questo cambiamento senza drammatizzare».
Crede ci siano stati ritardi nell’intervenire?
«Non parlerei di ritardi, è una situazione che si è evoluta e è difficile dire quando sia arrivata al punto di rottura. Ma adesso bisogna intervenire al più presto e trovare il modo di riprendere un rapporto».
La comunità cinese è tradizionalmente chiusa. Come favorire un rapporto?
«La Regione potrà contribuire a organizzare iniziative culturali e d’incontro. Le occasioni non mancano, la Cina vanta una cultura millenaria e Milano è gemellata con Shanghai. Come ho detto ai giornalisti cinesi che ho incontrato in questi giorni, se la comunità cinese si aprisse, gli scambi sarebbero molto facilitati».
L’ambasciatore cinese parla di rivedere gli investimenti in Italia. Timori per la Lombardia?
«È un’espressione che non mi ha entusiasmato. Ci vuole equilibrio da tutte le parti e se il governo cinese chiede equilibrio deve mostrarlo. Non temo conseguenze economiche perché le soluzioni sono raggiungibili».
L’Expo è a rischio, come ha detto qualcuno?
«Se si interviene subito, no».