Formigoni: «Voglio un’Italia come la Lombardia»

da Milano

Presidente Formigoni, lei lascia la Regione Lombardia per Roma.
«Non è corretto dire che lascio la Regione per Roma. Berlusconi mi ha chiesto di essere il capolista del Pdl al Senato e io ho detto di sì. Voglio dare una mano per cambiare il governo del Paese e per questo scarpinerò su e giù per tutta Italia, non solo in Lombardia. Il pensiero che mi occupa adesso è solo questo: dare risposte per costruire un’Italia nuova. Dopo il risultato elettorale esamineremo che cosa debba fare Formigoni».
Qual è il significato della sua candidatura due anni dopo essersi dimesso dal Parlamento per tornare al Pirellone?
«Mi candido con lo slogan “più Lombardia in Italia”. Quel che abbiamo fatto in questi tredici anni è molto apprezzato dai cittadini e abbiamo bisogno di portare queste soluzioni, o almeno alcune di esse, in tutta Italia perché sono la soluzione ai problemi del Paese. Possiamo trapiantare la sanità, il buono scuola, le leggi sulla famiglia e sull’aiuto all’internazionalizzazione dell’impresa, ma anche la diminuzione dei costi della politica e l’abolizione degli sprechi, la semplificazione, la sburocratizzazione, l’automatizzazione della pubblica amministrazione. La Lombardia è la Regione che costa meno ai cittadini. Ma soprattutto vogliamo esportare un metodo basato su dialogo e sussidiarietà».
Come pensa di esportare il metodo lombardo?
«Quando avremo vinto, si vedrà se posso dare questo contributo. Se Berlusconi dirà sì, che è possibile, allora ci sono solo due o tre posizioni nel Parlamento o nel governo da cui si può esercitare questo influsso realmente pesante».
Vuol dire che punta al ministero degli Interni, degli Esteri o alla presidenza del Senato?
«Non sono all’inseguimento di una poltrona purchessia. Se mi verrà chiesta una cosa del genere non potrò dire di no, perché vivo la politica come responsabilità. Altrimenti, se non si ritenesse che bisogna portare più Lombardia a Roma, non svaluterò i cittadini lombardi. Se non si riterrà che il presidente di dieci milioni di lombardi possa portare un contributo all’Italia, succederanno altre cose, vedremo quali».
La sfida con Veronesi, capolista del Pd al Senato in Lombardia, è una battaglia tra cattolici e laici?
«Se ci sarà l’occasione di un confronto con Veronesi non mi tirerò indietro ma la sfida è solo un titolo giornalistico. Noi in Regione abbiamo già realizzato la sintesi tra cattolici e laici, con provvedimenti come la legge sulla famiglia. L’altro giorno abbiamo votato a scrutinio segreto che la vita comincia con il concepimento con una maggioranza più ampia della nostra. Questa è l’unità vera tra cattolici e laici».
Berlusconi sta pensando alla squadra di governo. Vuole dargli qualche suggerimento?
«Non ha bisogno di suggerimenti. È il leader e, mi si lasci la battuta, ha esperienze di governo. Sa bene di che cosa ha bisogno e da quali pericoli deve guardarsi. Sta arrivando un periodo di vacche magre, serve una squadra seria, compatta, esperta. Non vedo spazio per i neofiti».
Pensa che sarebbe bene presentare l’elenco dei ministri prima delle elezioni?
«La gente non ha di queste curiosità, vuole capire le proposte, gli impegni. Forse non disdegnerebbe sapere uno o due nomi ma quel che conta è il leader. E poi i risultati delle liste e delle Regioni avranno il loro peso: è una forma di rispetto per i cittadini».
I sondaggi sembrano molto favorevoli. Si aspetta una vittoria facile?
«Non vuol dire che abbiamo la vittoria in tasca. Possiamo contare su un vantaggio incolmabile se, e sottolineo se, ciascuno dei candidati farà il suo dovere. Bisogna fare campagna elettorale perché i sondaggi esprimono la propensione ma la gente ama sentirsi chiedere il voto. E poi c’è l’incognita del Senato, dove a maggior ragione bisogna scarpinare».
Le piacciono i candidati del Pdl?
«Non invidio Berlusconi che ha dovuto fare questo lavoro ciclopico, credo che anche lui abbia avuto un moto di sconforto. Sono sempre stato favorevole al voto di preferenza, è il modo in cui si vede chi veramente vale e si valuta il rapporto con il territorio. Ritengo un grave errore averlo abolito, perché la gente vuole anche scegliere la persona a cui andare a tirare la giacchetta. Dobbiamo assumere l’impegno a cambiare la legge elettorale, introducendo la preferenza o le primarie di collegio per legge».
Che ne pensa della polemica esplosa intorno alla candidatura di Ciarrapico?
«Quando andava ai congressi del Pd non dava fastidio a nessuno. Basta con queste polemiche strumentali».
I vescovi chiedono intese dopo il voto contro il carovita. È d’accordo?
«I vescovi non spingono per le larghe intese, hanno segnalato che alcuni problemi dovrebbero essere presi in considerazione da tutti, da chiunque vada al governo. Il problema delle nuove povertà è una priorità per tutti».