Con la formula segreta del geopast la Campolonghi «disegna» le sculture

«La scultura è femmina. La pittura, invece, si sogna». Sono semplici le parole che introducono al pensiero di Auri Campolonghi. A un mondo di istinto, impegno e fermenti. A un essere e a un fare quotidiano nell'arte, con cui da sempre intrattiene un dialogo privilegiato. Dialogo che si apre al contatto con il pubblico nella sua nuova mostra personale «Dal classico al cubismo» che inaugura oggi negli spazi della Fondazione Garaventa (vico Falamonica 10B r, Genova, fino al 13 marzo 2009). L'esposizione è momento di requie febbrile: sedimentazione delle dinamiche che hanno scandito la sua ricerca dagli anni '80 a oggi e indice dei nuovi orizzonti cui l'artista guarda. E non caso ha luogo nella sede della fondazione intitolata al suo più amato maestro, Lorenzo Garaventa, con cui ha lavorato dieci anni per poi dedicargli un libro intimo e intenso che racconta l'uomo, l'artista e la sua bottega. Perché Auri Campolonghi, oltre alla formazione all'Accademia Ligustica sotto l'egida di Rambaldi e Borella e a una tappa londinese con Kortokraks (allievo di Kokoschka), ha alle spalle diverse esperienze poetiche, riconoscimenti - uno su tutti: il prestigioso Ambrogino d'oro - e molti interessi, viaggi, tarocchi e alchimia in testa. Ed è proprio dal coagularsi di diverse istanze che nascono le sue opere così fertili allo scambio. Perché se la pittura denuncia la nostalgia della materia nell'oggetto con stucco e nel corpo del colore, la plastica abbraccia inedite soluzioni cromatiche tra giochi di piani e di luci. In mostra un'accurata selezione di quindici sculture a svelare i moti che l'hanno condotta da una partenza più aurea e classica alla molteplicità della percezione e della conoscenza cara ai cubisti quanto a Garaventa. E così ecco il rigore di una «Attesa» riconosciuta in un blocco di marmo cui fanno contrappunto i bozzetti in terracotta di una «Partoriente» che è pura tensione, umori e incognita nell'arrivo di una nuova vita. Quel sé che diventa altro da sé che si rinnova nel cullare ogni fase della creazione di una nuova opera. Perché la scultura è concepimento per Auri Campolonghi, rischio e scommessa. Come quella intrapresa nella messa a punto di un proprio medium per la scultura, il geopast, la cui formula è destinata a rimanere un mistero come quello che avvolge il velo del Cristo della cappella del Principe Sansevero a Napoli dalla metà del '700. In mostra è uno splendido torso a mostrare le capacità duttili e cromatiche del geopast, mentre un «Gatto cubista» in marmo rosa del Portogallo dimentica la propria natura ferina ammiccando ad antichi fasti. Perché nelle opere di Auri Campolonghi trovano voce storia e mito, uomo e futuro. Che nella materia si fanno ancora e ancora avventura.