Forse due anni per estradare Battisti. Mastella preme sul governo brasiliano

L’accusa per uso di documenti falsi potrebbe allungare a dismisura i tempi per il terrorista arrestato a Rio

da Milano

Clemente Mastella telefona al collega brasiliano Tarso Jenro e lo ringrazia: l’arresto di Cesare Battisti è una medaglia sul petto del ministro. Poi il Guardasigilli mette le mani avanti e sottolinea «l’importanza, per il nostro governo, del buon esito del procedimento di estradizione, affinché Battisti torni al più presto in Italia ad espiare la pena».
Lui attenderà il suo destino in un carcere di Brasilia. Difficile azzardare previsioni, ma gli esperti pensano che Battisti verrà caricato su un aereo e rispedito in Italia. «Esiste una Convenzione fra gli Stati dell’Unione Europea e il Brasile - spiega Tiziana Trevisson, docente di diritto penale internazionale militare alla Sapienza di Roma - certo, potrebbe esserci qualche problema per il delitto politico, ma questa eccezione passerebbe comunque in secondo piano vista la lotta globale che si sta affrontando contro il terrorismo». Ma a complicare le cose c’è il procedimento penale per uso di documento falso che verrà aperto in Brasile contro Battisti: un un crimine federale, la cui pena è fino a sei anni di reclusione. Ciò potrebbe estendere a dismisura la procedura dell'estradizione che in genere è di sei mesi. «Ma nel caso di Battisti - scrive la stampa brasiliana - può trascinarsi per due anni, per effetto dei risvolti politici che coinvolgono il personaggio».
La partita è in corso. Per ora si esplora la rete delle coperture. E affiorano dettagli drammatici: le ultime settimane del fuggiasco. I guai cominciano proprio sulla spiaggia fatale di Copacabana. Qui l’ex terrorista, condannato all’ergastolo, viene rapinato come un turista sempliciotto da tre ragazzini. La gang porta via l’equivalente di varie migliaia di euro, appena cambiati in valuta locale: Battisti si trova improvvisamente solo e senza denaro. In preda al panico chiede aiuto via sms agli amici francesi. Il telefonino è il cordone ombelicale con Parigi, ma premere quei tasti è l’errore. Decisivo: la polizia intercetta gli sms e risale ad un operatore telefonico brasiliano. Il cerchio si stringe.
Intanto a Rio la polizia torchia una ragazza che si è legata sentimentalmente a Battisti, segnalato in Brasile dal 2005. La giovane si chiama Joyce ed ha 22 anni. A quanto pare, tradisce l’amico.
Ma questo è solo un lato della cattura: a portare gli investigatori fino all’ex militante dei Pac è un’altra donna: Lucie Abadia. La signora cinquantacinquenne partecipa all’attività dei Noires de Paù. Domenica mattina la corriera è a Rio de Janeiro con una busta contenente il futuro del latitante: 9mila euro. Non fa in tempo a consegnargliela. Davanti a un chiosco, i poliziotti fermano i due. Ora lei, di ritorno in Francia, si difende e offre una sua versione della storia: «La busta non era per Cesare. Me ne dovevo servire per pagare le mie vacanze e gli spostamenti sulle linee interne».
In ogni caso, è stata lei l’inconsapevole esca: «Cesare l’ho scorto soltanto di sfuggita. Non ci siamo detti neanche una parola». Poi ammette l’essenziale: «Certo che lo conosco, l’ho fatto venire più volte a Paù, la mia città. Penso che sia meglio sparare alla testa ad una persona, piuttosto che lasciarla morire così, a fuoco lento». Secondo il quotidiano Le Figaro la polizia francese sta indagando sul ruolo avuto da due politici, «non di secondo piano», nella lunga fuga di Battisti. Sarebbero almeno dieci le persone nel mirino degli investigatori: tutte vicine al Comitato.