Forse in una email la traccia dei rapitori di Tommy

È giallo sul contatto telefonico dell’alba di sabato tra banditi e famiglia

nostro inviato a Parma
Dove sei Tommaso? Non più un solo e angosciante titolo di giornale o di tv. È la domanda, il drammatico interrogativo, che da tre giorni attanaglia l'Italia intera. Di nuovo un caso Denise?, la bimba sparita mentre giocava davanti a casa a Mazara del Vallo, e di cui non si hanno notizie da un anno e mezzo. O un'altra Angela Celentano, anche lei missing, dal 1997, evaporata nel nulla sul Monte Faito, mentre si faceva un pic-nic? La risposta forse è in una email. Forse. Ne sono arrivate 30mila all’indirizzo tommasolibero@libero.it, ha detto l’avvocato della famiglia Onofri, Claudia Pezzoni: «Un segnale dei rapitori? Potrebbe esserci, o non esserci. Stiamo mettendo tutto a disposizione della magistratura, saranno loro a vagliare tutto».
Le nuvole hanno portato una pioggia calda a Parma, in questa città dei duchi che la domenica si risveglia sonnolenta. Anche la questura sembra cristallizzata, tutto tace, unica voce a rompere il silenzio quella di un ispettore nervoso, troppo, così come la prepotenza che lo guida a buttare in mezzo alla strada le telecamere appostate nell'androne. «Piove? Portatevi gli ombrelli».
Se l'indagine per scovare il piccolo Tommy parte da qua, allora sarà il caso di preoccuparsi. Seriamente. Il questore Vincenzo Stingone, il capo della mobile Nicola Vitale, il comandante dei carabinieri Giovanni Garau, sono al piano di sopra. Stanno cercando di studiare una strategia. Difficile. Perché la realtà al momento è questa: non ci sono indagati, si cerca di scremare i possibili sospetti, di trovare almeno una certezza. Ma l'indagine sembra a un punto morto, l'abbrivio resta una speranza, in attesa degli eventi. Come quella telefonata, la seconda, e che si sperava fosse il «contatto» coi sequestratori del bambino. Invece no: a parlare era una mitomane, una donna con problemi psichici. Ancora tempo perso.
Sembra stanca Parma, come i suoi poliziotti e i suoi carabinieri. Ci sono anche i colleghi romani dello Sco, che sembrano fare gruppo a sé. E poi ci sono i magistrati della Dda di Bologna, che si sentono ma non si vedono. Era previsto un interrogatorio nel primo pomeriggio, quello di Francesca, la prima moglie di Paolo Onofri, il papà del piccolo Tommaso. Invece è saltato, le hanno detto dopo averla convocata in centrale col figlio quindicenne. È il fratellastro di Tommaso, venne adottato tramite l'orfanotrofio di Piacenza tre anni prima che papà e mamma si lasciassero. Il faccia a faccia non c'è stato perché all'incontro volevano presenziare anche gli inquirenti bolognesi. E ancora non erano arrivati a Parma, Altro tempo sprecato.
Intanto, Paolo Onofri con la moglie Paola, arrivati su una Fiat Bravo della polizia gia da un'ora «chiacchieravano» negli uffici della mobile. Ennesimo chiarimento, cercando di scavare nella memoria, a caccia di ogni ricordo, di ogni particolare che possa dare il la all'inchiesta. «Ha messo a disposizione tutto, computer, documenti - ha spiegato il loro legale -. Qualsiasi cosa può essere importante per chi ha un occhio tecnico». Dopo un paio d'ore loro se ne sono andati, direzione casa, quella cascina di Casalbaroncolo dove giovedì sera due «strani» rapitori travestiti da ladri hanno preso il loro bambino.
Dove sei Tommy? Forse nella prigione di qualcuno che avevi conosciuto? Un bambino di diciassette mesi non potrà mai raccontarlo. Né testimoniare. Sempre ammesso che un giorno torni tra le braccia dei suoi genitori. Che ieri sera, dopo le lacrime e i bellicosi propositi dei giorni scorsi, sono tornati a parlare in una sorta di conferenza stampa nella sede della Croce rossa. Di nuovo rivolgendosi ai sequestratori: «Il Tegretol (il farmaco di cui necessita Tommaso per le crisi d'epilessia, ndr) mia moglie e io eravamo abituati a darglielo con una siringa priva di ago che il bambino chiama “mommo”. Questo particolare è molto importante, perché dare il “mommo” (come dire la caramella, la chicca in dialetto emiliano, ndr) al bambino usando questo linguaggio può tranquillizzarlo». Poi, per la precisione, ha mostrato a fotografi e telecamere anche una scatola del farmaco e una siringa mimando il modo in cui lo sciroppo deve essere somministrato». Non una parola di più, come se un filo coi rapitori fosse già instaurato. Anche se la questura ripete: nessuno si è fatto vivo, possono passare settimane in attesa della richiesta di riscatto. Che la famiglia non può pagare. Ma che in tanti si stanno offrendo di versare.