In forse la firma del protocollo doganale con l’Ue

Marta Ottaviani

Oggi potrebbe essere il grande giorno. La Turchia potrebbe firmare il Protocollo di Ankara, ossia l’ultimo ostacolo prima dell’inizio dei negoziati per l’ingresso in Unione Europea, previsti per il 3 ottobre. Ma l’attesa si potrebbe prolungare e i guai del premier turco Recep Tayyip Erdogan battono ancora, tanto per cambiare, bandiera cipriota. La firma del protocollo, infatti, sancirebbe l’unione doganale fra la Turchia e i dieci Paesi che hanno fatto il loro ingresso nell’Unione nel 2004, inclusa appunto Cipro, che verrebbe così implicitamente riconosciuta dal governo di Ankara. Peccato che questo Erdogan non lo voglia proprio fare. Anzi. In questi ultimi due giorni, durante la sua visita ufficiale in Gran Bretagna, il premier turco ha più volte ribadito il fatto che la sovranità dell’isola non sarà riconosciuta finché sul suo territorio non sarà raggiunta una completa situazione di pace, processo iniziato nel 2004. Dal 1974 Cipro è formalmente divisa in due parti. Quella nord, a maggioranza turca, è riconosciuta in tutto il mondo solo dal governo di Ankara. Due giorni fa, il portavoce del ministero degli Esteri, Namik Tan, ha spiegato che la Turchia potrebbe firmare il protocollo, aggiungendo in una dichiarazione esplicita che questo non equivale al riconoscimento dello stato greco-cipriota. Un concetto che Erdogan deve aver ripetuto più volte in questi giorni a Tony Blair, grande sostenitore dell’ingresso della Turchia in Unione Europea e presidente di turno. Ieri mattina era stato lo stesso premier inglese a precisare che la firma del patto di allargamento doganale non equivaleva a un riconoscimento turco di Cipro. Da parte sua l’isola ha definito l’assenza di un riconoscimento da parte di Ankara «impensabile». Un problema, questo, che Erdogan riuscirà con ogni probabilità a evitare, ma che si va ad aggiungere ad altre questioni, che stanno diventando sempre più urgenti. La guerriglia fra turchi e curdi nel sud del Paese provoca ogni giorno decine di vittime e due giorni fa la corte di Strasburgo ha condannato la Turchia per la repressione della rivolta degli aleviti del 1995, in cui persero la vita 17 persone.