Forse già questo fine settimana l’esecuzione di Saddam Hussein

La strada per il patibolo è aperta. Per avviare le procedure necessarie per l’impiccagione di Saddam Hussein mancava solo la pubblicazione della sentenza. Ora c’è anche quella. Il verdetto di 17 pagine con cui la Suprema corte irachena ha respinto la richiesta d’appello dell’ex dittatore è comparso sul sito internet dello stesso tribunale. Ora bisogna solo capire se il governo voglia arrivare di gran carriera all’epilogo finale o preferisca sfruttare i trenta giorni di tempo concessi dai massimi giudici. Secondo fonti americane, il governo iracheno avrebbe comunicato all’amministrazione Usa che il raìs sarà giustiziato a giorni, forse già questo fine settimana.
Intanto i legali tentano le ultime, disperate mosse. Khalil al Dulaim, l’avvocato a cui Saddam ha delegato la guida del suo collegio difensivo, si appella alle Nazioni Unite e alle altre organizzazioni internazionali chiedendo di far pressioni sugli Stati Uniti per evitare la consegna del condannato alle autorità carcerarie irachene. Il tenue cavillo giuridico usato per sostenere la richiesta deriva dall’ambigua condizione del prigioniero Saddam, catturato e custodito dagli americani, ma sottoposto alla giurisdizione di un tribunale iracheno.
Secondo Dulaim, le convenzioni di Ginevra e gli accordi sui prigionieri di guerra impediscono la consegna di un detenuto al nemico che l’ha condannato a morte. «Le convenzioni internazionali non consentono di mettere un prigioniero di guerra nelle mani del suo nemico – afferma l’avvocato –, mi appello a tutte le organizzazioni internazionali, alla Lega Araba, al segretario generale delle Nazioni Unite perché blocchino il trasferimento del presidente alle autorità irachene».
Dulaim tenta pure di insinuare qualche dubbio negli americani e ricorda che l’esecuzione rischia di compromettere il processo di riconciliazione nazionale. «Consegnando il presidente, l’amministrazione americana commetterà un grave errore che genererà, inevitabilmente, una nuova escalation di violenza rendendo inarrestabile la guerra civile». Il portavoce del pentagono, Bryan Whitman, pur non facendo alcun riferimento alle richieste del legale, confermava ieri le preoccupazioni legate all’esecuzione e ai rischi di nuove violenze. «Sono sicuro che il governo iracheno sta pensando alle conseguenze e lavorerà d’intesa con la coalizione per evitare impatti negativi». I timori di Washington, le divisioni dello stesso governo sciita e il desiderio dei curdi di veder Saddam condannato anche per il genocidio commesso contro di loro, potrebbero fare il miracolo.
Ieri il vice ministro della Giustizia curdo, Ibrahim, si è detto certo che la sentenza «non verrà eseguita prima di un mese». Secondo la Tv americana Cbs, l’impiccagione di Saddam sarà annunciata solo a cose fatte e sarà registrata con una telecamera. Il nastro, però, non sarà reso pubblico. Si teme, riferisce l’emittente, che le immagini possano causare manifestazioni ostili.
A salvare Saddam o almeno a prolungargli la vita ci prova anche Tareq Aziz. L’ex vice premier, detenuto pure lui dagli americani, ha lanciato un appello chiedendo di tenere in vita l’ex dittatore fino a quando lui stesso non avrà testimoniato nel processo in corso sul genocidio dei curdi. Secondo voci e indiscrezioni della difesa, l’ex ministro sarebbe pronto a rivelare i contatti e gli accordi con Paesi occidentali che appoggiarono tacitamente i piani di sterminio del dittatore.