«Forse non sarà la spallata a Prodi ma quanto è bello essere tutti qui»

Un ex di sinistra: «Cade un altro tabù: un tempo si diceva che con i comunisti al governo non ci sarebbero state proteste...»

Omar Sherif H. Rida

Le bandiere della Padania sotto la basilica di San Giovanni. Il «sole delle Alpi» che sventola sotto una delle chiese più antiche della capitale, di quella che una volta per i leghisti era «Roma ladrona». Un’immagine che rappresenta meglio di mille parole quanto anche ieri Roma e i romani siano stati protagonisti attivi della manifestazione della Cdl contro «il governo delle tasse», e non semplici spettatori.
Per rendersene conto era sufficiente ripercorrere il corteo che da Colli Albani ha accompagnato le migliaia di manifestanti giunti dal Sud: un lungo serpentone che si è snodato lungo tutta via Appia fino al luogo centrale dell’evento. Gente arrivata a bordo di pullman e auto private da Catanzaro, Salerno, Napoli, Taranto ordinatamente disposta dietro i rispettivi striscioni a intonare cori contro Prodi e la sua Finanziaria e a manifestare la propria appartenenza politica. Tutt’intorno, le testimonianze della grande partecipazione capitolina: le tante bandiere tricolori alle finestre, donne, anziani e bambini affacciati alle finestre a sventolare i vessilli di An e Forza Italia, a rilanciare l’entusiasmo di chi sfilava. Alle 16 piazza San Giovanni è gia stracolma. Le teste dei tre cortei - quelli partiti da piazza della Repubblica e Circo Massimo oltre a quello di Colli Albani - entra a fatica nell’enorme spazio davanti al parco. Le code invece non riusciranno a farcela per la fine della manifestazione e rimarranno stipate lungo le vie d’accesso: via Emanuele Filiberto, via Appia Nuova, via Merulana, via Cristoforo Colombo.
Un attempato vigile urbano azzarda: «Era da 25 anni, dai tempi delle manifestazioni dei metalmeccanici, che non vedevo tanta gente». Due milioni, secondo gli organizzatori, mescolati a un fiume di romani. Alessio e Eleonora sono venuti a piedi dal loro quartiere, Ponte Lungo, e attendono con impazienza che dal palco sbuchino i leader della Cdl per dare voce al loro dissenso. «Uno dei padri del partito liberale, Giovanni Malagodi - ricorda Alessio - diceva provocatoriamente che per non avere più scioperi sarebbe bastato far andare i comunisti al potere. Be’, questo governo ha fatto cadere anche questo tabù». Rachele da Frosinone, arrivata in pullman, avvolta nella bandiera di An, si entusiasma per la grande partecipazione ma non crede nella famosa «spallata», alla caduta dell’esecutivo: «Sono troppo attaccati al potere», commenta senza farsi illusioni. «Ma comunque è bello esserci oggi - confermano un gruppo di anziane signore, testaccine doc -. È bello essere qui per dare un segnale forte, anche se Prodi ha già detto che non cambierà nulla».
Intanto gli altoparlanti diffondono le note di Azzurro di Adriano Celentano, letteralmente spente dalla marea di fischi di chi evidentemente, non ha ancora dimenticato i duetti anti-berlusconiani del «molleggiato» con Roberto Benigni. Giuseppe porta in petto un cartello con su scritto «Gratta e vinci? No Prodi gratta e basta» e osserva la piazza «piena come quelle riempite dal Pci ai tempi di Togliatti. In passato ho votato anche a sinistra, ma questo esecutivo sta governando in modo assurdo». «Siamo stanchi di essere spremuti come limoni», gli fa eco Iole, “indipendente” di centrodestra arrivata qui con la famiglia. Attaccato alle transenne Carlo del Torrino racconta ancora meravigliato «dei pullman che si sono fermati all’Eur e delle migliaia di persone che hanno percorso a piedi tutta la Colombo per arrivare qui in tempo».
Poi il leader della Cdl, Silvio Berlusconi, sale sul palco e apre ufficialmente le danze. L’applausometro arriva alle stelle quando l’ex premier definisce «perversa ideologia comunista» quella dell’attuale governo e quando parla del «destino segnato del popolo della libertà: il partito della libertà». Il presidente di An, Gianfranco Fini infiamma la platea definendola «maggioranza del Paese». È lo stesso Fini a introdurre il leader leghista, Umberto Bossi: «In questa città, dove An ha un grande consenso, voglio essere io a presentare quello che è un padre per la sua comunità». Sotto la Basilica si alza il coro, inimmaginabile da queste parti fino a qualche tempo fa: «Umberto, Umberto». Ma è tutta la piazza ad applaudire il Senatùr quando ribattezza il Tfr «Ti Frego i Risparmi».
«La libertà non è uno spazio libero. Libertà è partecipazione», cantava Giorgio Gaber, più volte preso in prestito dalla sinistra. Ma ieri forse è stata entrambe le cose: lo spazio libero di San Giovanni - o «liberato» come simboleggiava brutalmente la scritta sulla porta della Chiesa: «Cgil, Cisl e Uil, traditori dei lavoratori» -, la grande partecipazione di Roma e dei romani.