Il fortino leghista si sente solo travolto da fango e indifferenza

Hanno un diavolo per capello i veneti, fradici o asciutti che siano. Questa volta non c’è campanilismo che tenga. I vicentini assieme ai veronesi, i padovani con i veneziani, tutti uniti dall’alluvione contro lo Stato cinico e baro. Che stiano a destra, al centro o a sinistra, poveri o ricchi, cattolici o mangiapreti, lanciano in coro un unico messaggio al resto della nazione: questa volta dovete aiutarci, abbiamo l’acqua alla gola ma nessuno ne parla. Tre morti, 500mila disgraziati in ammollo, 6mila sfollati, case e aziende distrutte, danni per mille miliardi e l’A4 chiusa per tre giorni tra Verona est e Montebello, non per l’esondazione dell’Adige o del Brenta ma per colpa di un fiumiciattolo di cui nessuno si era mai accorto, l’Alpone. Poi vengono a sapere dalle televisioni locali, mentre la Rai si occupa d’altro, che sono stati stanziati 20 milioni di euro per i primissimi interventi. Ma è un’emergenza paragonabile a quelle del 1951 nel Polesine e del 1966, l’anno horribilis, quando Venezia e Firenze finirono in apnea.
I ministri veneti, Sacconi, Brunetta e Galan, tutti impegnati altrove nelle ore in cui troppi corsi d’acqua si gonfiano ed escono dall’alveo, inspiegabilmente tacciono. Dopodiché arriva il sottosegretario alla Protezione Civile Guido Bertolaso e conferma che l’11 novembre andrà in pensione. Ma come, gridano tutti, chi è sulla tolda abbandona la nave che affonda? Poi è la volta di Giorgio Napolitano: nemmeno una parola per l’ondata di maltempo che ha messo in ginocchio provincie come quella di Vicenza, che esporta più di Grecia e Portogallo, me un lungo peana sul crollo della Domus dei gladiatori, «ma và in mona, tì e i gladiator!», urlava questa mattina un artigiano di Bovolenta, paese tra i più colpiti assieme a Ponte San Nicolò, Casalserugo e a Caldogno, dove è nato Roberto “Codino” Baggio. Venti milioni al Veneto, da spartire con altre regioni investite dal maltempo, e 50 milioni subito chiesti per Pompei. Qui parlano di tradimento, di cittadini di serie B, di intollerabile indifferenza. E ricordano che il Veneto versa nelle casse dell’Erario 44 miliardi l’anno. Come dar loro torto?
A Vicenza sono indignati: sulla prima pagina del Corriere della Sera è comparso un titolo che indugiava sulle difficoltà per lo shopping. Ma la città del Palladio sembrava Venezia, sommersa dalle acque del Bacchiglione e per poco l’antico e delicatissimo Teatro Olimpico non si è trasformato in piscina. Mancavano solo le gondole, i sandali e le sanpierote, tipiche imbarcazioni lagunari.
A vederle dall’elicottero le campagne sembrano un arcipelago polinesiano ma qui gli atolli sono paesi semi sommersi, cascine e case isolate. Raccolti e allevamenti vanno a farsi benedire, decine di migliaia di animali muoiono annegati. L’acqua è gelida. Salta la luce e il gas e la gente, quando può, sta ai piani alti in attesa dei soccorsi. A Venezia quando arriva l’acqua alta entra ed esce da negozi e appartamenti al pian terreno dopo un’ora. Ma qui è mista a un fango che sembra creta, ristagna per giorni, ci vogliono le idrovore che non arrivano e mezzi anfibi che non ci sono. L’allarme è stato dato in ritardo e secondo il prosindaco di Treviso Gentilini è tutta colpa di chi avrebbe dovuto avvertire per tempo la popolazione delle nutrie che scavano le tane sul greto dei torrenti indebolendo irrimediabilmente gli argini.
Ora è caccia al colpevole e si punta il dito contro le troppe autorità preposte al “governo delle acque”, come si diceva ai tempi della Serenissima che deviava il corso dei fiumi, incapaci di realizzare un bacino di espansione o di gestire per il meglio le aree golenali in modo da ridurre al minimo il rischio idraulico. Il Veneto già penalizzato dalla crisi che ha costretto alla chiusura migliaia di aziende e dove fioccano i licenziamenti e il ricorso alla cassa integrazione potrebbe davvero colare a picco con allagamenti di queste dimensioni. Eppure il resto del Paese, apparentemente così sensibile alle vicende riguardanti rifiuti e discariche al Sud o al giallo di Avetrana, non sembra interessato allo tsunami che ha sconvolto il cuore del Nordest, all’ex locomotiva d’Italia che rischia di finire su un binario morto.
Forse il Veneto e i veneti scontano soprattutto in queste circostanze i molti primati e gli altrettanti punti deboli che ne hanno fatto «un gigante economico e un nano politico». Poco rappresentato a Roma da una classe politica che non riesce a fare breccia e dove si sente, per usare le parole del ministro Galan, «un pesce fuor d’acqua», il Giappone d’Italia è ancora percepito come il motore dell’economia nazionale con i veneti sempre forti e imbattibili in virtù della loro proverbiale «operosità». Insomma, dei Fenomeni che hanno creato imperi industriali dal nulla, che non si piangono mai addosso e se la cavano sempre da soli. Per giunta il Veneto in cui la Lega è egemone e spinge per l’autonomia e il federalismo e adesso addirittura caldeggia una rivolta fiscale nel caso non dovessero arrivare finanziamenti adeguati alla gravità della situazione, merita, secondo molti «foresti», di essere lasciato nel proprio brodo. Un po’ per gelosia, un po’ per vendetta da parte di coloro che, nel resto d’Italia spesso sbertucciato dal Settentrione, hanno sempre sofferto di un complesso di inferiorità. Non per nulla si viene a girare a Bassano del Grappa film come Cose dell’altro mondo con Diego Abatantuono, un ritratto impietoso e legato a logori cliché di questa terra e della sua gente, guarda caso polentona, ignorante, razzista e dedita all’alcol.
Molti veneti lasciati soli «dagli italiani» stanno pensando ad azioni eclatanti per protestare contro l’iniziale inadeguatezza dei fondi per l’alluvione perché non si rimanga in un cono d’ombra. Si parla già di una grande marcia sulla Roma arraffona che a Venezia ha “scippato” la Mostra del Cinema e soffiato le Olimpiadi 2020, magari per scaricare davanti ai ministeri o sull’autostrada non più il latte come ai tempi di Vancimuglio ma una montagna di melma.