Il fortino

Non c'è solo l'offensiva delle Procure, il rigurgito giustizialista, l'interventismo codice&toga. Dietro l'affaire Antonveneta si sente il ritorno di un altro ben noto venticello che da sempre inquina il nostro Paese e che ora è tornato prepotente a soffiare: il disprezzo per tutto ciò che nasce e si afferma fuori dai salotti buoni. L'insofferenza per chi osa aver successo senza prima inginocchiarsi devotamente davanti ai principi dell'establishment.
Vecchio vizio, s'intende. E duro a guarire. Basta leggere i giornali, il giorno dopo la sospensione di Fiorani, Gnutti e Ricucci: traboccano di disprezzo verso gli «speculatori» (non si dica raider), i «palazzinari» (non si dica immobiliaristi), i «concertisti» (nuova e assai musicale forma di dileggio), descritti come una specie di «banca bassotti» e condannati, ancor prima di qualsiasi sentenza e al di là di qualunque intercettazione, per il solo fatto di aver fatto soldi senza prima aver chiesto il permesso ai big della finanza. E, magari, senza essere passati dallo studio dell'avvocato Guido Rossi.
I nuovi non piacciono, lo si era capito da tempo. E oggi, con il legittimo sostegno delle Procure, su di loro si può scaricare tutto il malcelato disprezzo accumulato in settimane di cronache finanziarie: non sono forse quei tre già di per sé colpevoli, solo per il fatto di essere stati ricchi, «felici e sorridenti», come scrive l'Unità? Come osano? Loro che erano odontotecnici o giornalisti di provincia, loro «furbetti del quartiere», loro che pensano si possa baciare in fronte un'istituzione, loro che usano espressioni un po' così, da mercato rionale, loro con quelle facce da bar del commercio, loro che osano sposare Anna Falchi, organizzare uno show con Luisa Corna e, nello stesso tempo, scalare il Corriere della Sera: che bisogno c'è di vederli commettere un reato? Non basta tutto ciò per condannarli senza appello?
Sia chiaro: le regole vanno rispettate. E chi non le rispetta deve pagare. Però ecco: le regole devono servire per far funzionare il mercato, non per bloccarlo. O, peggio, per asfissiarlo. E chi si afferma attraverso il mercato perché ha più idee e magari più coraggio dev'essere rispettato, anche se si mette le dita nel naso, se usa lo stuzzicadenti alla fine della cena, se sponsorizza concerti di Gigi D'Alessio anziché mostre su Mirò e Picasso. E se, probabilmente, pensa che il Tiepolo non sia un pittore ma l'ottavo nano di Biancaneve.
Il sussiegoso sdegno con cui i nuovi vengono respinti alle porte della cittadella del potere ricorda un po' l'atteggiamento che avevano i vecchi pensatori della scuola elitista, Vilfredo Pareto o Gaetano Mosca, di fronte all'ipotesi di suffragio universale. Se diamo a tutti il diritto di voto, dicevano, poi finirà che entrano in Parlamento anche dei cafoni. Ecco, un secolo dopo, lo stesso ragionamento si sposta dalla politica all'economia: se apriamo davvero il mercato, può anche essere che emergano dei cafoni, assai diversi dall'oligarchia dominante e dunque poco graditi ad essa. In effetti, è vero. Ma che cosa succede se il mercato resta chiuso?
Forse è il caso di capirsi. Le regole, lo ribadiamo, vanno rispettate e chi non le rispetta va punito. Ma che regole sono quelle che per cinquant'anni hanno reso il nostro mondo finanziario poco più di una palude stagnante in mano ai soliti noti? Che regole sono quelle che hanno impedito al mercato di crescere e a quelli bravi di farsi strada attraverso il mercato? Che regole sono quelle che permettono aggregazioni e fusioni solo se hanno il timbro di alcuni consulenti doc? Mentre si combatte la sanguinosa battaglia a suon di telefonate registrate, sia permesso almeno chiedersi se davvero sono le regole del mercato quelle che si vogliono difendere. O se invece si vogliono soltanto difendere le regole che hanno permesso la nascita e la prosperità di questo sistema chiuso, piccolo club riservato i cui iscritti sono abituati da sempre a spartirsi indisturbati poltrone, azioni e denari. E lo trovano così comodo e piacevole che se qualcuno tenta di intromettersi prima lo bollano come inelegante parvenu, poi gli scatenano contro qualche Procura amica, cercando di convincerci che lo fanno in nome dell'interesse generale e della libera competizione. Un paradossale copione che purtroppo ormai conosciamo bene.